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Apprendimento continuo

Lifelong learning: molte parole zero fatti.

Tanto rumore per nulla.

Fino al 2010 non c’era articolo sull’apprendimento permanente che non citasse la Strategia di Lisbona, ricordandoci l’obiettivo del 12,5% dei partecipanti ai corsi (fascia di età 25-64 anni) stabilito nel 2000 e le azioni da intraprendere per raggiungerlo. Per 10 anni si sono tenuti convegni, seminari, piani regionali e locali, finanziati progetti ad hoc, istituiti Comitati locali di educazione degli adulti, scritto e riscritto sui significati dell’apprendimento formale, non formale e informale. Ma con quali risultati? Potremmo chiaramente chiudere la nostra discussione con una sola parola: zero! In realtà non è stato dappertutto così, e non tutti si sono limitati alla sola retorica. Tuttavia, i soggetti interessati hanno fatto gli interessi corporativi di questa o quell’altra categoria.

Facciamo degli esempi. Il Ministero della Pubblica istruzione ha fatto un tira e molla sui Centri Territoriali Permanenti: considerati essenziali allo sviluppo del lifelong learning (almeno nell’ambito dell’educazione degli adulti), poi dati per morti, poi trasformati su base provinciale (CPIA), poi sospesi, poi reinseriti in un accordo concernente il Permesso di soggiorno di lunga durata per gli immigrati (accordo tra i Ministeri della Pubblica Istruzione e il Ministero degli interni del  4 giugno 2010) senza però mai chiarire il vero obiettivo di queste strutture e sciogliere le riserve su cosa significhi il diritto all’apprendimento permanente (che tra l’altro in Italia non c’è). Su questo ultimo punto si è accanito il Sindacato, in special modo la CGIL che ha raccolto un bel numero di firme a sostegno di una proposta di legge sull’apprendimento permanente con primi firmatari lo stesso segretario di allora, Epifani, e il professor De Mauro, già ministro della pubblica istruzione (che forse avrebbe potuto far qualcosa di più quando aveva la responsabilità politica del Dicastero). In pari tempo il Ministro del lavoro, Sacconi, ha prodotto un libro bianco nel quale l’apprendimento continuo viene decantato e innalzato ad un grande strumento di formazione dei lavoratori.

Potrei continuare a ricordare altre dichiarazioni e altri documenti che hanno coinvolto praticamente tutti i principali attori pubblici (dai Ministeri all’Isfol, dai CTP alle Università degli Studi) e tutti i principali esperti del settore, che a loro volta hanno prodotto libri fotocopia sul lifelong learning (compreso il sottoscritto). Risultato? Una marea di parole, di continue descrizioni del già noto, un continuo auspicio che occorrerebbe fare di più e l’amara consolazione che forse, vista la condizione del mondo, poteva andare peggio. Nonostante l’evidente fallimento della strategia di Lisbona in Europa e in special modo nel nostro Paese forse non è chiaro che il 6% di partecipanti ai corsi corrisponde ad oltre 2.000.000 di persone. In realtà non è poco, considerato che i dati si riferiscono alla fascia di età della popolazione attiva. Se a questi si sommassero i dati degli ultrasessantacinquenni e dei giovani da 18 a 24 anni, avremmo altri numeri, che è vero, non potrebbero essere confrontati a quelli degli altri Paesi europei ma ricordiamoci che l’Italia è il Paese con una longevità elevata e con un elevato numero di drop-out scolastico.

Tabella 1. Percentuale degli adulti in età 25-64 anni che partecipano all’apprendimento permanente. Fonte: DPS-Istat, Banca dati indicatori regionali di contesto (anno 2009).

Popolazione 25-64 anni Europa (25) Italia Centro-Nord Mezzogiorno
N. abitanti

 33.570.168

    22.130.862

        11.439.306

Frequentanti

          2.000.528

            1.394.244

               606.283

%

 10,0

                    6,0

                     6,3

5,3

Il quaderno di Treellle[1] che per la prima volta ha messo insieme i dati sul lifelong learning in Italia, cercando di dare una visione complessiva dello “stato dell’arte” ha il pregio di mettere insieme i vari aspetti che caratterizzano questo settore. Infatti, è noto che per chi si interessa di mercato del lavoro il lifelong learning è lo strumento per la “piena occupabilità” mentre per chi si occupa di istruzione è il raggiungimento in età adulta di un titolo di studio e, ancora, per chi si occupa di cultura è la crescita della persona in quanto tale. Dunque, visioni diverse per un fenomeno che coinvolge la vita delle persone che ha un paradigma unico: imparare sempre e per tutto il corso della vita. Tuttavia la grande quantità di dati, di interpretazioni, di proposte vanno ancora di più digerite, perché il rischio che si trova dietro la porta è sempre rappresentato da descrizioni del fenomeno, da digressioni accademiche sul significato di educazione degli adulti, da oggettive difficoltà a realizzare un “senso comune” sulla questione, per cui – conclusione – “c’è molta confusione, la strada è lunga e standoci altri problemi più grandi, lo tratteremo appena li supereremo”. Già nel 2009 l’Unieda ha prodotto un Rapporto[2] sull’apprendimento permanente mediante il quale sono state avanzate delle proposte per incentivare la partecipazione e dare centralità al lifelong learning in Italia. Proposte che sono state elaborate in pari tempo dal CEDEFOP[3] centrate sui diversi tipi di incentivi fiscali, riassunti nella tabella 2.

Tabella 2. Tipi di incentivi fiscali per il lifelong learning. Fonte: Cedefop, settembre 2009. Da Cedefop e OCSE.

Tipo Beneficio
Detrazioni fiscali Importi dedotti dal reddito lordo per ridurre il reddito imponibile
Esenzioni fiscali Alcuni particolari categorie di reddito sono escluse dalla base imponibile
Crediti d’imposta Importi dedotti dall’imposta dovuta
Sgravi fiscali Alcune categorie di contribuenti o di attività godono di aliquote ridotte
Differimenti d’imposta Differimento del pagamento di imposte

Nella stessa pubblicazione, il Cedefop rileva che “l’UE è in ritardo rispetto a Stati Unite e Giappone negli investimenti privati in istruzione e formazione”, constatazione che confrontata alla mancanza di incentivi, anche di tipo fiscale, penalizza ancor di più l’Italia e i Paesi della UE, che causa la crisi economica disinvestono su formazione e istruzione. Per evidenziare cosa si potrebbe fare per “incentivare la mente” riportiamo cosa fanno la Germania,  l’Austria e la Finlandia.

Tabella 3. Incentivi fiscali per il lifelong learning. Fonte: Cedefop, settembre 2009.

Paese Incentivo fiscale Principali obiettivi
Germania Deduzioni dei costi di istruzione e formazione come spese connesse al reddito.Deduzioni dei costi per istruzione e formazione come spese speciali. Incoraggia le spese delle persone fisiche per attività di istruzione e formazione.Incoraggia le spese delle persone fisiche per attività di istruzione e formazione. 
Austria Deduzione dei costi di formazione come spese connesse al reddito. Incoraggia la spesa delle persone fisiche per l’istruzione e la formazione connesse alla produzione di reddito.
Finlandia Spese deducibili relative ai costi sostenuti per il mantenimento di competenze professionali. Aiuta le persone a mantenere le proprie competenze professionali.

Proviamo ad immaginare il risultato di queste norme fiscali sul sistema italiano. Il risultato premierebbe la voglia individuale di imparare e di migliorare le proprie competenze professionali, scegliendo gli Enti di formazione piuttosto che essere scelti da loro. Ma allo stato attuale in Italia questi “incentivi” vengono visti come un qualcosa di impossibile giacché il dibattito su pubblico e privato assume forme ormai grottesche, e lo dimostrerò con l’analisi seguente.

Formazione professionale e apprendimento permanente.

La prima constatazione da fare è l’interesse economico delle Agenzie formative legate alle parti sociali nel perpetuare un Sistema di formazione professionale centrato su alcune professioni chiave: l’acconciatore e l’estetista. Nelle Regioni meridionali questi corsi sono un vero business per Enti molto noti (mediamente il finanziamento all’Ente è di 100 mila euro annui a corso e un Ente ha per ogni mestiere almeno 25 corsi). Non da meno nelle regioni settentrionali. In questo l’Unità d’Italia è fatta! [4]  E’ recentissima la pubblicazione sulla rivista “asud’europa” del Centro Studi Pio la Torre di Palermo, dedicata a “I gattopardi della formazione”[5] e leggere l’articolo “Dagli esperti di salame ai clown di corsia: 300 milioni per la formazione regionale (della Sicilia, n.d.a) 2010.  Nell’articolo si denuncia “il lato oscuro della formazione” sostenendo con dati ufficiali che il sistema della formazione in Sicilia serve a garantire l’occupazione a oltre 8.000 formatori piuttosto che formare lavoratori che poi trovano lavoro. Ma tutto ciò potrebbe far pensare che l’apprendimento permanente si riduca alla formazione professionale. Non abbiamo dati che possono testimoniare che non è la formazione professionale a creare nuovi posti di lavoro ma l’apprendimento permanente ma la sensazione è molto forte. In realtà scorrendo i dati dell’Alto Adige[6] ci accorgiamo che l’educazione permanente inserita nella ripartizione Cultura della provincia autonoma di Bolzano svolge un ruolo di formazione e di coesione sociale di primaria importanza. La realizzazione dei corsi risente di una concezione della sussidiarietà che vede l’Ente pubblico come sostenitore (attraverso risorse finanziarie) e valutatore di risultati di 90 organizzazioni non profit (60 a Bolzano, 9 a Merano, 5 a Bressanone e 2 a Brunico). Queste organizzazioni hanno attivato complessivamente 16.508 iniziative, per un totale di 286.175 partecipanti e 354.508 ore di attività. Non è questa la sede per approfondire le realtà nelle singole regioni ma è chiaro che “dalla Sicilia alle Alpi” abbiamo differenti concezioni di fare formazione, a volte finanziando solo gli enti formativi, altre volte introducendo doti e voucher. Il fatto vero è che l’apprendimento permanente è presente ai convegni ma non è affatto entrato nella cultura della formazione regionale.

 Il ruolo del terzo settore e dell’impresa sociale nella formazione.

La vera rivoluzione nell’ambito del lifelong learning è dovuta al proliferare in tutt’Italia di iniziative di educazione permanente attuate da associazioni culturali, di promozione sociale,  cooperative sociali, in genere tutti organismi ascrivibili al poliedrico mondo del terzo settore o meglio del non profit. In Italia solo di Università popolari (o altrimenti denominate) se ne contano 574 con oltre 1.600 sedi di corsi disseminati sul territorio di competenza. Secondo i dati di Treellle[7]  nel 2009-10 hanno frequentato i 23.915 corsi circa 330.000 persone, coinvolgendo quasi 17.000 docenti che hanno svolto 888.000 ore di lezione. Ovviamente il terzo settore non è rappresentato solo da queste esperienze: migliaia sono le associazioni locali o nazionali che fanno formazione permanente coinvolgendo almeno il 75% dei 2 milioni di cittadini che secondo l’Istat partecipano ai corsi durante l’anno. Per essere pragmatici riportiamo nella tabella seguente alcuni dati delle prime 4 associazioni non profit che svolgono attività esclusiva di formazione permanente. I dati evidenziano la portata dei budget realizzati prevalentemente dalle adesioni e dalle iscrizioni ai corsi. E’ già molto tempo che le Regioni si sono disimpegnate nel sostenere queste realtà, se non in maniera simbolica. La realtà delle associazioni sta comportando una nuova classe di imprenditori sociali, i quali costituendo questo genere di imprese, oltre a rispondere a bisogni culturali, creano posti di lavoro.

 

Tabella 4. Alcune delle principali Università popolari italiane. Fonte: Unieda, 2010.

Ente Anno fondazione

Sedi didattiche

Frequentanti

Corsi

Docenti a progetto

Ore lezione

Entrate annuali

(euro)

Roma Upter

1987

103

26.490

      1.711

404

127.000

 

5.775.000

Bolzano, UPAD, Università popolare delle Alpi Dolomitiche.

1966

25

11.520

350

360

25.000

 

4.200.000

Udine, Università delle Liberetà

1993

1

7.230

455

145

9.750

 

1.119.000

Biella, UPBeduca

1902 (2004)

15

4.763

363

139

11.075

 

560.000

 

Già l’isfol nel 2008[8] nel rilevare la domanda di partecipazione nella formazione permanente aveva documentato il ruolo trainante del terzo settore in modo specifico per la formazione non formale, sia quella rivolta a persone che curano interessi personali sia quelli che curano quelli professionali. Questi dati confermano che il terzo settore è il luogo prescelto ed ideale per l’attuazione della formazione permanente. Anzi, sembra che proprio il terzo settore abbia recepito lo spirito delle sollecitazioni dell’UE, ovvero il passaggio concettuale dalla formazione da erogare agli apprendimenti da assimilare. L’ambiente delle associazioni è identitario, partecipativo, sociale. Non solo corsi, ma viaggi, visite guidate, incontri culturali, concerti, ecc., vale a dire la vita nella sua interezza, non ostacolata dai tempi dell’organizzazione scolastica.

Contro il progettificio.

L’apprendimento permanente in Italia non può essere tutto. Questa considerazione deriva dal fatto che tutti rivendicano una fetta di “mercato” di lifelong learning. Sindacati, imprenditori, terzo settore, Stato ed enti pubblici: ognuno giunge a definizioni che giustificano il proprio operare senza alcuna intenzione di trasformarsi e cambiare. Come molte situazioni italiane enti nati molti anni fa non sono riusciti a cambiare perché sono luoghi di lavoro, autoreferenziali e in pari tempo inglobati in politiche per lo più slegate dalla realtà. Realtà che è molto cambiata, fatta di diritti ma soprattutto di rinunce: basti pensare alle difficoltà nel trovare lavoro da parte dei giovani mentre permangono luoghi di privilegio che riguardano le altre generazioni. L’apprendimento permanente, come dimostrano le realizzazioni del terzo settore, può svilupparsi a patto che il Settore pubblico non si arrocchi su funzioni che non è stato capace di mantenere e sviluppare, e che secondo una logica sacrosanta di sussidiarietà dovrebbero non devolvere ma trasformare in sostenitori e facilitatori di processo. Invece, assistiamo a logiche perverse: pubblico contro privato con l’intento di mantenere un potere piuttosto che far funzionare un servizio. E’ ora che il “progettificio”  lifelong learning si evolva, dando l’opportunità a chi è capace di avere quel sostegno e quel riconoscimento dovuto per il servizio fatto al pubblico, sebbene si tratti anche di soggetti privati. Ma in Italia, la parola progetto significa partecipare ad un bando pubblico e farsi assegnare dei fondi, quel che si fa una volta controllato a livello contabile e formale, termina e viene dimenticato. Tuttavia un progetto dovrebbe sempre avere una sostenibilità e una capacità di diventare una prassi vera da replicare nell’interesse di tutti. Invece, ripetiamo, non è così. Succede quindi che chi ha veramente necessità di un formazione permanente deve mettere mano al portafoglio e pagarsi i corsi di formazione che gli necessitano. Solo con il consolidarsi di strutture dedicate all’apprendimento permanente, solo con una cultura premiale verso chi vale ed esprime valori e competenze nell’interesse generale, possiamo pensare di innalzare il numero dei partecipanti alla formazione permanente in Italia e far crescere quella percentuale del 6%, testimone non solo del nostro insuccesso ma anche della nostra arretratezza culturale. Non importa se la struttura, l’ente è di emanazione pubblica o privata, importa che entrambi concorrano allo stesso obiettivo: la crescita della comunità.

In conclusione, accertiamo una cosa vera: lo Stato e le Regioni non hanno fatto niente per l’apprendimento permanente e quando l’hanno fatto hanno inteso spendere dei fondi (in genere europei). Non hanno nemmeno (salvo pochissime eccezioni) applicato il principio di sussidiarietà favorendo lo sviluppo di enti dedicati nati dal basso. Lo Stato non ha voluto nemmeno creare incentivi fiscali, che privandolo di briciole avrebbero favorito le persone, i cittadini che sono i veri penalizzati di tutto questo.


[1] Treeellle: Il lifelong learning e l’educazione degli adulti in Italia e in Europa. Dati, confronti e prooste. Quaderno n. 9, Dicembre 2010.

[2] Unieda: Rapporto sull’apprendimento permanente in Italia 2009. Dati, analisi, problemi, proposte per ritrovare una chiave per lo sviluppo economico. Open, Rivista italiana di lifelong learning, n. 20/2009.

[3] CEDEFOP (Centro Europeo per lo Sviluppo della formazione professionale): Incentivi per la mente. Nota informativa del settembre 2009.

[4] Florenzano F.: Sprechi e affari della formazione italiana. EDUP, 2007.

[5] I gattopardi della formazione. Asud’europa anno 5. Numero 6 del 21 febbraio 2011.

[6] ASTAT (Istituto Provinciale di Statistica): Educazione permanente 2009, N. 31/2010

[7] TREELLE, op. cit., pag. 178.

[8] ISFOL: La partecipazione degli adulti alla formazione permanente. Seconda rilevazione nazionale sulla domanda. I libri del fondo sociale europeo. Isfol Roma, 2008.

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Informazioni su Francesco Florenzano

Presidente dell'Unieda e dell'Upter Università popolare di Roma.

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