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cultura

Considerazioni su incultura e analfabetismo.

Vorrei proporre alla discussione sul degrado culturale la differenza tra incultura e analfabetismo. Tra i due termini c’è una stretta relazione ma anche una netta differenza. Andiamo a leggere le definizioni dei due termini, leggendo comodamente da casa quanto afferma il vocabolario on line della Treccani.

 

incultura s. f. [comp. di in2 e cultura]. – Lo stato, la condizione di chi è incolto; mancanza di cultura: ha dato prova della sua i.; è di una i. spaventosa. In senso proprio, di terreni non coltivati, è più com. la forma incoltura. (Dal vocabolario on line Treccani)

Sull’analfabetismo il vocabolario si spende di più quasi a farci capire che questi sia l’incultura. Leggiamo:

analfabetismo s. m. [der. di analfabeta]. – Condizione di chi è analfabeta: non si vergogna di confessare apertamente il suo a.; a. di ritorno, quello di chi, avendo appreso a leggere e a scrivere, ha perso tale capacità per mancanza di esercizio e di applicazione. Più com., il fenomeno sociale costituito dall’ignoranza del leggere, scrivere e far di conto: le rilevazioni statistiche dell’a. in un Paese, in una regione; lotta contro l’a.; la diminuzione progressiva dell’a. in Italia. In aggiunta a questo concetto di analfabetismo integrale (detto anche a. strumentale), si è recentemente introdotto anche quello di un a. funzionale, consistente in gravi carenze nella formazione tecnico-professionale, tali da rendere difficile un proficuo inserimento nella vita attiva, soprattutto in relazione allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla crescente complessità dell’organizzazione sociale. (Dal vocabolario on line Treccani)

In realtà l’incolto è il contrario dell’analfabeta. Egli è ben integrato nella società in cui vive e tende a fare “gruppo” con persone della stessa risma. L’incolto, del quale abbiamo vera paura, non sa di esserlo, cosa che spesso l’analfabeta invece sa, per cui cerca di assumere ruoli che successivamente si rivelano al di sopra delle sue possibilità. L’incolto può essere laureato (quanti sono i laureati che leggono un libro durante l’anno?) o addirittura specializzato in un materia in genere operativa, che sanno ripetere ed applicare ma che si bloccano non appena si chiede di fornire una interpretazione più personalizzata. Quindi l’incolto può raggiungere delle mete e cimentarsi in soluzioni che, se avessero magari conosciuto prima attraverso lo studio e la lettura, si sarebbero risparmiati insuccessi e brutte figure.

Ecco è degli incolti che ho paura, questi non mi lasciano mai indifferente. Devo però ringraziarli perché la loro condizione mette a nudo la mia e mi spinge a desiderare di sapere sempre nuove cose. Gli analfabeti, invece, mi danno pena. Questi mi spingono a proporre loro nuove conoscenze per dare loro la possibilità di riscattarsi e reinserirsi nella società, concedendo alla loro personalità quella dignità che sanno di non avere per via della propria ignoranza.

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Informazioni su Francesco Florenzano

Presidente dell'Unieda e dell'Upter Università popolare di Roma.

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