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cultura

Ritorno all’infanzia. Gli affetti e la fragilità degli anziani e dei bambini.

Anziani, famiglie e malattia di Alzheimer.

Ci si accorge dei cambiamenti demografici passeggiando. Provate ad andare in giro in una città qualsiasi d’Italia (ma potremmo estendere il giro in tutte le città di Europa) e vi accorgerete subito che le persone che si incontrano sono perlopiù anziane. Mostre, musei, pinacoteche, che sarebbero senza le persone anziane? Sicuramente sarebbero più deserte. Si vedono file davanti alle scuderie del Quirinale a Roma, fatte tutte di anziane (donne) che parlottano, che attendono la guida che le illustrerà le opere esposte. Una risorsa di cultura e di memoria ma anche una risorsa economica oltre che di socializzazione. Se non ci fosse la vecchiaia non ci sarebbe anche il tempo libero e dato che le donne sono in prevalenza non ci meraviglieremo di incontrarle arzille e vive come non mai. Stiamo parlando di oltre il 20% di persone con 65 anni e più su un totale di 60 milioni di abitanti e più precisamente di 15 milioni e 528 mila persone definite anziane. Le femmine, come dicevamo, vivono più a lungo dei maschi, infatti, di questa età sono circa 1 milione 870 mila in più! Cosa che non è per la prima età, infatti fino ai 19 anni i maschi sono più delle femmine (5 milioni e 706 mila contro 5 milioni e 365 mila). Quella che una volta si definiva la piramide delle età, ha assunto una differente fisonomia dove il grosso della popolazione si trova nell’età di mezzo, mentre agli estremi troviamo i bambini e gli anziani. Se prendete un grafico di popolazione di un qualsiasi Paese africano, la piramide resta piramide, ovvero i bambini e i giovani costituiscono la base mentre gli anziani la punta. Questo significa che l’Italia (come l’Europa), a differenza di altri Paesi (quali quelli dell’Africa in primo luogo), è un Paese di vecchi senza che sia diventato un paese per vecchi. Sosteniamo che non sia un paese per vecchi perché nonostante la longevità non si fa altro che “criminalizzare” gli anziani sostenendo che sono il vero problema per l’economia e per la sanità. I costi delle pensioni sono proibitivi, sostenuti in questi anni anche con il concorso degli immigrati che versano i contributi pensionistici. Ci sono incertezze per il futuro, pensioni sempre più basse (visto che a poco a poco tutti andranno in pensione con il sistema contributivo) e cure sanitarie sempre più complicate, visto il grande numero di anziani che si ammalano. Tra questi le malattie che stanno conquistando uno spazio preoccupante sono quelle legate alla malattia di Alzheimer (e alle demenze in generale).

 

Età Maschi Femmine M+F %  Maschi % Femmine % M+F
fino a 4  1.285.640  1.215.815  2.501.455  4,41  3,94  4,17
Da 5 a 9  1.453.249  1.371.096  2.824.345  4,99  4,44  4,71
Da 10-14  1.471.182  1.385.602  2.856.784  5,05  4,49  4,76
Da 15 a 19  1.496.090  1.392.714  2.888.804  5,13  4,51  4,81
Da 20 a 24  1.556.761  1.449.788  3.006.549  5,34  4,70  5,01
Da 25 a 29  1.654.258  1.595.508  3.249.766  5,68  5,17  5,42
Da 30 a 34  1.742.861  1.720.077  3.462.938  5,98  5,57  5,77
Da 35 a 39  1.969.070  1.961.654  3.930.724  6,76  6,36  6,55
Da 40 a 44  2.335.028  2.349.678  4.684.706  8,01  7,61  7,81
Da 45 a 49  2.425.228  2.475.800  4.901.028  8,32  8,02  8,17
Da 50 a54  2.386.722  2.463.229  4.849.951  8,19  7,98  8,08
Da 55 a 59  2.038.234  2.160.811  4.199.045  6,99  7,00  7,00
da 60 a 64  1.782.536  1.922.264  3.704.800  6,12  6,23  6,17
Da 65 a 69  1.725.034  1.893.803  3.618.837  5,92  6,14  6,03
Da 70 a 74  1.384.021  1.593.558  2.977.579  4,75  5,16  4,96
Da 75 a 79  1.240.926  1.558.554  2.799.480  4,26  5,05  4,67
Da 80 a 84  840.924  1.230.064  2.070.988  2,89  3,99  3,45
Da 85 a 89  467.008  871.494  1.338.502  1,60  2,82  2,23
Da 90 a 94  160.306  417.703  578.009  0,55  1,35  0,96
Da 95 a 99  27.752  99.773  127.525  0,10  0,32  0,21
100 e più  2.911  14.719  17.630  0,01  0,05  0,03

Tabella 1. Sesso e fasce di età in Italia. Anno 2016. Fonte: Istat 2017.

 

La malattia dei parenti.

La malattia della vecchiaia più temuta è la malattia di Alzheimer. In Italia ci sono circa 600 mila malati di Alzheimer (il 4,4% dei 65enni e più). Secondo i dati del Censis sono soprattutto i figli e i badanti ad assistere queste persone.[1] Il coniuge sano diventa a sua volta il caregiver di quello malato, così come le figlie femmine si occupano del genitore malato. Si tratta di una realtà ben conosciuta da milioni di persone, le vere “vittime” della malattia di Alzheimer sono proprio loro, cioè i parenti stretti che sono chiamati ad accudire il malato per molti anni, perché la malattia di Alzheimer è lenta convivendo in un corpo che resiste agli anni. Nel 2010 esce “Una sconfinata giovinezza” che non darà soddisfazione al regista, il maestro del cinema Pupi Avati. Egli ha dischiarato “Il pubblico evitava il Cinema dove si proiettava, molti pensavano che la malattia di Alzheimer fosse contagiosa e anzi il solo parlarne poteva causare la malattia. Eppure, i dati di allora e sopra riportati testimoniano che la malattia era ed è ben presente nelle famiglie italiane, interessando milioni di persone che vi ruotano intorno. Si può definire la malattia di Alzheimer come la malattia dei parenti, considerato che la cura, l’attenzione richiede uno sforzo immane, una pazienza infinita, una capacità di resistere allo stress invidiabile, una totale disponibilità di tempo che annulla quello necessario per sé stessi.[2] Alcuni anni fa alcuni gerontologi inglesi pubblicarono un libro dal titolo esplicativo “Una giornata di 36 ore”[3] che ci fa capire quanto in realtà questi malati sono in mano agli operatori e quanto in mano ai parenti.

La vecchiaia: il ritorno all’infanzia.

Ma la vecchiaia non è solo malattia, è anche benessere, utilizzo sociale del tempo libero, impegno sociale e culturale! Non a caso sono nate in Italia migliaia di associazioni di anziani, di Università della Terza Età, di ambulatori medici retti ed organizzati da medici in pensione, ecc. La vecchiaia è così un ritorno alle origini, si cominciano a fare le cose che si facevano da bambino come ritornare a scuola. Infatti, il lifelong learning, ovvero l’apprendimento permanente ha avuto grande successo begli ultimi 30 anni tra le persone anziane. E’ come se il cerchio della vita, il cerchio schiacciato come lo definisce Pupi Avati, si ricongiungesse e si completasse. La vecchiaia diventa un nuovo modo di affrontare il mondo ma anche il ritorno all’infanzia, alla “casa di origine”, da dove si è partiti. Si ritorna bambini non perché ci si rincretinisce (la malattia di Alzheimer è per l’appunto una malattia!) ma perché i ricordi ci riportano ad un mondo nel quale ci siamo formati, dove gli affetti hanno preso forma, dove abbiamo imparato a vivere e a riconoscere la famiglia, i ruoli, la madre, il padre. Ritornare all’infanzia significa ricongiungersi a quella parte della vita dove dovevamo essere protetti ed aiutati a crescere.

La vulnerabilità dei bambini e dei vecchi: la grande risorsa per rinsaldare gli affetti.

La vulnerabilità degli anziani equivale a quella dei bambini. Entrambi necessitano di protezione, entrambi vanno seguiti. Tuttavia, mentre quando si è bambini i genitori proteggono “naturalmente” i propri figli, dando loro cure e istruzione, quando si è anziani le cure non sono così scontate, in quanto i figli sono più propensi ad accudire i propri figli piuttosto che i genitori. Ma è proprio questa comunanza di vulnerabilità, di obiettiva fragilità, costituzione di queste due fasi della vita, a dover spingere “gli adulti” a impegnarsi per la cura delle persone, in quanto nel ciclo della vita poi capiterà pure a loro. La vulnerabilità dei bambini e degli anziani è un fatto e la base per i processi di amore, una prova di trasferimento di affetti da parte degli adulti. Questo “ritorno a casa” prende la memoria, proprio quella che si è costruita nell’infanzia (la famosa legge di Ribot del 1881 “quando si invecchia si ricordano meglio le cose dell’infanzia e meno quelle del momento”) e ne fa il punto comune, che chiude il cerchio ma soprattutto rende più umana l’esistenza. In questa ottica gli anziani diventano una risorsa non perché sono utili a qualche servizio ma perché inducono alla riflessione, alla tenerezza, all’esercizio degli affetti trascurati per troppo tempo, impegnati come sono gli adulti a realizzarsi nel lavoro.

Remo Bodei in “Generazioni”[4] ricorda che Norberto Bobbio ha riformulato la legge di Ribot sostenendo che “Il vecchio vive di ricordi e per i ricordi, ma la sua memoria di affievolisce di giorno in giorno. Il tempo della memoria procede all’inverso di quello reale: tanto più vivi i ricordi che affiorano nella reminiscenza quanto più lontani nel tempo gli eventi.” Si può dunque affermare che la memoria è il fondamento dell’incontro tra le generazioni ed è la fonte degli affetti recuperati. Memoria che non va ricordata solo come quantitativo di nozioni, di storie ancora accessibili al ricordo, ma come qualità delle esperienze fatte, declinate soprattutto attraverso le emozioni e gli affetti. Ecco perché non ci stancheremo mai di affermare che sono questi ultimi a rendere integro il rapporto con sé stessi e non il semplice allenamento mnemonico. Conferenze, lezioni, laboratori, vanno sempre bene ma senza socialità ed affetti potrebbero non dare quei risultati attesi pere il proprio benessere.

In conclusione, la fragilità che incontriamo negli anziani è dovuta ad un corpo che non risponde come un tempo, quella del bambino ad una mente che ancora non è matura. Mente e corpo, appassionatamente legati in senso inverso nel ciclo della vita personale, straordinariamente vivi grazie agli affetti che li alimentano.

 

NOTE

[1] Ad assistere i malati sono soprattutto figli e badanti. Pur essendo sempre i figli dei malati a prevalere tra i caregiver, in particolare per le pazienti femmine (in questo caso i figli sono il 64,2% dei caregiver), negli ultimi anni nell’assistenza al malato sono aumentati i partner (sono passati dal 25,2% del totale del 2006 al 37% del 2015), soprattutto se il malato è maschio. Questo dato spiega anche l’aumento della quota di malati che vivono in casa propria, in particolare se soli con il coniuge (sono il 34,3% nel 2015, erano il 22,9% del 2006) o soli con la badante (aumentati dal 12,7% al 17,7%). Nell’attività di cura del malato, i caregiver possono contare meno di un tempo sul supporto di altri familiari: nel 2015 vi fa affidamento il 48,6%, mentre nel 2006 era il 53,4%. La badante rimane una figura centrale dell’assistenza al malato di Alzheimer: ad essa fa ricorso complessivamente il 38% delle famiglie. La presenza di una badante ha un impatto significativo sulla disponibilità di tempo libero del caregiver. Se complessivamente il 47,8% dei caregiver segnala un aumento del tempo libero legato alla disponibilità di servizi e farmaci per l’Alzheimer, tra chi può contare sul supporto di una badante la percentuale cresce di oltre 20 punti percentuali (68,8%) e di circa 30 punti nel caso in cui il malato usufruisca della badante e di uno o più servizi (77,1%). RAPPORTO CENSIS 2016.

[2] PUPI AVATI: La grande invenzione. Un’autobiografia. Rizzoli, Milano 2013.

[3] NANCY L. MACE, PETER V. RABINS: Una giornata di 36 ore. Prendersi cura della persona con demenza. Erickson, Trento 2013.

[4] REMO BODEI: Generazioni. Età della vita, età delle cose. Laterza, Roma 2015.

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Informazioni su Francesco Florenzano

Presidente dell'Unieda e dell'Upter Università popolare di Roma.

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