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Francesco Florenzano

Presidente dell'Unieda e dell'Upter Università popolare di Roma.
Francesco Florenzano ha scritto 30 articoli per cultura e lifelong learning

UPTER: una scommessa lunga 30 anni!

Impressiona il trascorrere veloce del tempo. L’Upter è andata avanti negli anni, con i suoi successi e le sue difficoltà ed, eccoci, è arrivata ai 30 anni di attività. Ricordo bene, quando io, trentenne, venni invitato dal mio amico e primario geriatra Quinzio Granata, ad incontrare un’anziana signora, Bianca Maria Marcialis. Quinzio allora era molto attivo nella promozione della salute degli anziani, mentre Bianca Maria lo era in quella delle conquiste sociali. Ci incontrammo e, candidamente, Bianca Maria ci disse che era andata in pensione da poco e che per qualificare il suo abbondante tempo libero si era iscritta alla Facoltà di psicologia dell’Università La Sapienza. Ne era rimasta delusa. Non era quello che cercava. Allora era andata all’Università della Terza Età, animata allora da un altro geriatra, Vittorio Lumia, e trovandovi quasi solo ricche signore “benpensanti”, capì che non era un posto adatto a lei. Così, ci disse: “Vorrei fondare una nuova Università, diversa da altre già esistenti”. Ci convinse. Da quell’incontro, felice, nacque l’Università popolare della terza età di Roma. Era il 1987. Non pensammo subito all’acronimo che conoscete ora, UPTER, che arrivò qualche mese più tardi, quando proprio io mi incaricai di disegnare un logo. Abitavo allora vicino al negozio Vertecchi in zona Flaminio e comprai dei trasferelli (quelli che usavano gli architetti) e casualmente trovai la serie delle foglie di alberello. Nacque così il primo logo (subito immaginato dai soliti buontemponi come troppo somigliante alle foglie di marijuana!) e, per renderlo graficamente compatibile, scelsi le iniziali della nostra denominazione. Nacque così l’acronimo UPTER. Ora non è più un acronimo perché successivamente la denominazione dell’UPTER è cambiata in Università Popolare. Ora UPTER è un vero e proprio nome, entrato nella memoria delle persone, unico e inimitabile. Il ragionamento è semplice, Università popolare può essere chiunque ma UPTER solo noi. Devo molto a Bianca Maria Marcialis, con la quale mi ha unito una profonda amicizia fatta di affetto e stima culturale, senza quell’incontro non saremmo arrivati all’oggi, al compimento del trentesimo anniversario. Trentesimo che coincide con una statistica sconcertante e preoccupante messa a punto dall’Istat (riferita all’anno 2016), riassunta molto bene da un articolo di Mimmo Càndito apparso su La Stampa del 10 gennaio 2017: Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta, ma non capisce). L’articolo chiarisce meglio il significato del titolo e riporto la sua introduzione perché una sintesi non sarebbe così chiara: “E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali” anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non è analfabeta, e però sono “diversi”. Qual è questa loro diversità? Che sono incapaci di ricostruire ciò che hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. Sono incapaci!”. Sono i cosiddetti analfabeti funzionali! Da con confondere con quelli “strumentali” o “strutturali”, cioè quelli che non sanno nemmeno leggere e scrivere. Questi 30 anni dell’Upter non sappiamo se hanno influito a ridurre quel 70% di analfabeti funzionali, senza dubbio non avranno fatto male. Certo è che, se non ci fossero stati, per alcune migliaia di persone non ci sarebbe stata un’opportunità di riscatto, di apprendimento, di socialità. Però, siamo preoccupati. Le Istituzioni pubbliche (dal Governo ai Comuni) sono sorde ai nostri richiami. Le loro priorità sono altre. Eppure l’indagine dell’Istat avrebbe già dovuto attivarli. Così non è. Spero solo che non rientrino il quel 70% di analfabeti funzionali, cioè che sanno leggere ma non capiscono il significato di quanto letto!

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Civiltà e cultura a ramengo?

Chi non lo ha già fatto, lo faccia presto. Legga il saggio di Norbert Elias La civiltà delle buone maniere pubblicato da il Mulino. È da leggere non solo per le buone maniere (come stare a tavola, come mangiare, sputare, tossire, fare di peto, ECC.) e la loro origine (secondo Elias dalla civiltà di corte, a partire da quella di Luigi XIV, il Re Sole) ma soprattutto per la differenziazione del concetto di civiltà da quello di cultura. Elias ci dice che civiltà è cosa diversa a secondo del luogo dove la si consideri, e prende in esame il caso della Francia è quello della Germania. In quest’ultima la civiltà è seconda alla cultura, che è il vero mezzo per affermare la propria identità, per cui musica, teatro, letteratura, arti visive, ECC. rappresentano la vera evoluzione di un popolo. La Civiltà in Francia è stata intesa soprattutto come modalità di comportamento appropriato, elegante, non a caso definito cortese (tipico della corte). Dunque civiltà e cultura non sono la stessa cosa! E nel 2017 cosa sono?

Considerato quanto sta accadendo nel mondo la cilvilta è decaduta e ahimè è anche la cultura. Perché? La risposta è semplice: siamo nell’era della post verità, delle affermazioni diffuse ai quattro venti senza possibilità di verifica preventiva. Siamo nell’era dell’incultura e del cafonal, anzi entrambi stanno assumendo il ruolo di nuove maniere, certamente difficili da definire “buone”. Ciò che è preoccupante è la mancanza di civiltà giuridica (si accusa senza avere prove concrete ma solo teoremi non dimostrabili) o di quella giornalistica (diffondere una notizia non verificata solo perché sorprendente e sensazionale).
Quindi possiamo concludere questa breve riflessione che la civiltà, intesa come comportamento corretto, si trova in seria difficoltà in Italia come altrove. E la cultura? Questa resiste di più perché dietro c’è un retroterra di formazione, di sacrificio, di approfondimenti. Ma quando la formazione, il sacrificio, l’approfondimento, saranno superflui cosa accadrà? Accadrà che quel poco di civiltà che ci è rimasta andrà anch’essa a ramengo.

Il concorso di poesia come romanzo di formazione.

In un blog di giovani studenti “L’angolo lettura” al quale mi sono associato, si dà questa definizione del romanzo di formazione: 

“Il Romanzo di Formazione racconta la crescita e la maturazione di un personaggio o di un gruppo. In passato lo scopo del romanzo di formazione era quello di promuovere l’integrazione sociale del protagonista, mentre oggi è quello di raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, azioni viste nel loro nascere dall’interno. Può rientrare in diverse categorie: romanzo psicologico-intimistico, romanzo di ambiente e costume, romanzo didattico-pedagogico e ci possono essere diverse formule tra le quali quella del Romanzo Storico, del romanzo Autobiografico e di quello Epistolare.

Ho partecipato sabato 29 aprile 2017 alla premiazione del 23^ concorso di poesia organizzato dall’Università popolare di Spinea e dagli infaticabili Fernanda e Roberto Trevisan, segretaria e presidente della stessa Università. Oltre 500 partecipanti, un nutrito gruppo di premiati e segnalati dalla giuria, una sala gremita, composta da amici e familiari dei premiati, da dirigenti scolastici, professori e professoresse delle scuola locali, dal l’assessore alla cultura e dal sindaco di Spinea. Un “parterre” per nulla distratto dal chiacchiericcio tipico delle platee e delle compulsive manipolazioni del telefonino. Il sindaco ha indossato la fascia tricolore e salito sul palco per premiare i vincitori ha tenuto un discorso semplice semplice, ha detto cioè grazie a tutti, organizzatori e partecipanti, e nulla più, dando alla sua figura un senso della istituzione che non intralcia ma che favorisce e incoraggia e con un sorriso ha stretto la mano a tutti i partecipanti, piccoli e grandi. Una lezione di sobrietà istituzionale alla quale non eravamo abituati.

Torniamo però alla formazione. Assistere alla premiazione di un concorso di poesia può essere altamente formativo per i giovani e gli adulti che vi partecipano. Crea un’immagine diversa delle persone, si scopre una sensibilità diffusa in tante persone che raccontano emozioni e descrivono realtà esterne a sé stessi con dei versi. Fin qui nulla di nuovo, è ovvio chi è e si sente poeta ha una sensibilità superiore alla media! La realtà formativa sta nelle posture di felicità delle persone che, una volta salite sul palco per ricevere un premio fatto in genere da libri e di opere d’arte donate da artisti locali, si rivolgono al pubblico presente, senza parlare, ma con la soddisfazione di essere stati capiti ed apprezzati. E sta qui la realtà di formazione, quell’apprendimento positivo che segnerà le persone per tutta la vita. Essere stati capiti ed apprezzati dalla giuria e tramite il premio da un numero più grande di persone, tra le quali, nel caso dei ragazzi delle V elementari, le loro professoresse orgogliose di loro. Ho visto gli occhi luccicanti di gioia di bambine e bambini che hanno composto versi in gruppo, i quali si scambiavano occhiate complici e soddisfatte. Ecco cosa hanno imparato nel presente di una premiazione: si può essere felici, sentirsi pieni di gioia, in comunione con gli altri, facendo tesoro del lavoro che li ha portati al risultato. La premiazione non è un punto di arrivo bensì un punto di partenza. Sono certo che dal minuto successivo il premio i ragazzi ma anche gli adulti si sono sentiti più buoni, più tolleranti, più comprensivi, più disponibili. Questa è l’essenza del romanzo di formazione che in fondo è una storia di poche ore ma che peserà per tutta la vita.

 

La crisi dell’occidente è causata dal nostro “crollo culturale” – Il Foglio

Sorgente: La crisi dell’occidente è causata dal nostro “crollo culturale” – Il Foglio

Considerazioni su incultura e analfabetismo.

Vorrei proporre alla discussione sul degrado culturale la differenza tra incultura e analfabetismo. Tra i due termini c’è una stretta relazione ma anche una netta differenza. Andiamo a leggere le definizioni dei due termini, leggendo comodamente da casa quanto afferma il vocabolario on line della Treccani.

 

incultura s. f. [comp. di in2 e cultura]. – Lo stato, la condizione di chi è incolto; mancanza di cultura: ha dato prova della sua i.; è di una i. spaventosa. In senso proprio, di terreni non coltivati, è più com. la forma incoltura. (Dal vocabolario on line Treccani)

Sull’analfabetismo il vocabolario si spende di più quasi a farci capire che questi sia l’incultura. Leggiamo:

analfabetismo s. m. [der. di analfabeta]. – Condizione di chi è analfabeta: non si vergogna di confessare apertamente il suo a.; a. di ritorno, quello di chi, avendo appreso a leggere e a scrivere, ha perso tale capacità per mancanza di esercizio e di applicazione. Più com., il fenomeno sociale costituito dall’ignoranza del leggere, scrivere e far di conto: le rilevazioni statistiche dell’a. in un Paese, in una regione; lotta contro l’a.; la diminuzione progressiva dell’a. in Italia. In aggiunta a questo concetto di analfabetismo integrale (detto anche a. strumentale), si è recentemente introdotto anche quello di un a. funzionale, consistente in gravi carenze nella formazione tecnico-professionale, tali da rendere difficile un proficuo inserimento nella vita attiva, soprattutto in relazione allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla crescente complessità dell’organizzazione sociale. (Dal vocabolario on line Treccani)

In realtà l’incolto è il contrario dell’analfabeta. Egli è ben integrato nella società in cui vive e tende a fare “gruppo” con persone della stessa risma. L’incolto, del quale abbiamo vera paura, non sa di esserlo, cosa che spesso l’analfabeta invece sa, per cui cerca di assumere ruoli che successivamente si rivelano al di sopra delle sue possibilità. L’incolto può essere laureato (quanti sono i laureati che leggono un libro durante l’anno?) o addirittura specializzato in un materia in genere operativa, che sanno ripetere ed applicare ma che si bloccano non appena si chiede di fornire una interpretazione più personalizzata. Quindi l’incolto può raggiungere delle mete e cimentarsi in soluzioni che, se avessero magari conosciuto prima attraverso lo studio e la lettura, si sarebbero risparmiati insuccessi e brutte figure.

Ecco è degli incolti che ho paura, questi non mi lasciano mai indifferente. Devo però ringraziarli perché la loro condizione mette a nudo la mia e mi spinge a desiderare di sapere sempre nuove cose. Gli analfabeti, invece, mi danno pena. Questi mi spingono a proporre loro nuove conoscenze per dare loro la possibilità di riscattarsi e reinserirsi nella società, concedendo alla loro personalità quella dignità che sanno di non avere per via della propria ignoranza.

La politica e la cultura assente

L’elezione del Presidente della Repubblica Francese è imminente. I candidati sono concentrati sulle questioni della sicurezza, sugli immigrati e sull’economia. Ovvero concentrati sui temi cruciali della paura, le invasioni, la perdita del potere di acquisto, la perdita dell’identità nazionale. Candidati come Marine Le Pen sguazzano su questi temi, accusando di responsabilità inaudite anche Papa Francesco, come è, a suo avviso, la cultura dell’accoglienza. Solo Macron dice qualcosa sulla cultura (un po’ copiando da Renzi introduce il bonus cultura per i giovani e timidamente accenna al suo potenziamento).

la Repubblica del 15 aprile 2017 ha pubblicato un articolo e un video su questo tema, a conclusione di un’inchiesta sulle elezioni francesi, che potete leggere cliccando qui. Una consapevolezza, quella francese, che nel corso di questi anni ne ha fatto uno dei popoli che più legge, che più frequenta i cinema, i teatri, le sale da concerto, ecc, in Europa. Ne troverete le prove su un volume pubblicato dal Poligrafico dello Stato nel 2015 e disponibile in rete cliccando qui. Nel 2014 il 73% dei francesi ha letto almeno un libro durante l’anno, per contro gli italiani sono stati il 56%, in pari tempo i francesi che hanno visto in TV o sentito alla Radio un programma culturale sono stati l’80% mentre gli italiani sono stati il 60%!

Il fatturato del settore librario in Francia è ben documentato da un articolo di Antonio Lolli pubblicato dal Giornale della Libreria del 25 giugno 2016 (clicca qui per l’articolo completo)

“I dati ufficiali del Syndicat National de l’Edition confermano la crescita, seppur limitata, del mercato del libro francese. Nel 2015 il settore ha registrato complessivamente un +0,6% rispetto al 2014, con un fatturato di 2,667 miliardi di euro, di cui 2,534 miliardi ottenuti dalla vendita di libri (sia in formato cartaceo che digitale) e 133 milioni di euro derivanti dalla cessione dei diritti di edizione. Segno più anche per il numero di copie vendute (+3,5%) e per il numero di titoli pubblicati (+8,6%). In calo invece la tiratura media, sia delle novità (-6,2%), che delle ristampe (-12,8%). Se consideriamo i diversi formati dei libri venduti, il 79,8% del fatturato totale è ottenuto dalla vendita di libri rilegati, il 13,7% dai tascabili e il 6,5% dagli e-book. Dopo diversi anni caratterizzati da segni negativi le vendite di tascabili sono tornate a crescere, passando dai 342 milioni di euro di fatturato del 2014 ai 348 milioni del 2015, registrando così un +1,6%.

E a quanto ammonta il fatturato italiano dei libri? Troviamo la risposta nell’articolo de Il Sole 24 ore del 26 gennaio 2017. Clicca qui per l’articolo completo.

Cresce il mercato del libro in Italia nel 2016, segnando complessivamente (libri di carta, ebook e audiolibri) un +2,3%, raggiungendo così quota 1,283 milioni di euro riferiti al settore varia nei canali trade (librerie, librerie on line e GDO). Lo rileva l’ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (Aie), in una analisi articolata su tre direttrici: lettura, produzione e mercato. A questi dati va aggiunto il possibile valore di Amazon in Italia, stimato in circa 120 milioni solo per il libro fisico, che porterebbe a oltre 1,33 miliardi il valore complessivo del fatturato per i volumi di carta.

Quindi, il mercato francese vale 2,667 miliardi e quello italiano 1,283 miliardi, ovvero quello francese è più del doppio di quello italiano. E questo rapporto vale per tante altre attività culturali. Il divario con la Francia è veramente alto e forse per questo che i candidati all’Eliseo stanno sottovalutando il ruolo della cultura, considerandolo secondario alle preoccupazioni della popolazione, che come dicevamo riguardano soprattutto la sicurezza, l’immigrazione, le periferie, ecc.

Ma la cultura è il bene più grande che la Francia possiede e lo stesso possiamo dire dell’Italia. Perché i politici non provano a investirci di più sia in Francia sia in Italia? E’ vero che lo slogan di Matteo Renzi è “per ogni euro speso in sicurezza un euro speso in cultura” ma di quale cultura stiamo parlando? Probabilmente c’è una omologazione su cosa significa cultura, che spesso sfocia nello spettacolo, e non considera quella che i cittadini organizzano ed alimentano indipendentemente nel loro quartiere, nel proprio paese, con la forza della propria associazione.

La politica italiana dovrebbe investire più nella cultura e prendendo spunto dalla Francia, puntando a raddoppiare i fatturati, promuovendo la lettura e la partecipazione, rendendo fruibile sempre di più i luoghi culturali e valorizzando le migliaia di associazioni culturali e sostenendole economicamente. Sarebbe bello che Berlusconi, Salvini, Grillo, Bersani e tanti altri leader sfidassero Renzi sul piano dell’investimento culturale e rilanciando proponessero non uno ma due euro per ogni euro speso in sicurezza. Mi sembra però che al momento i politici italiani non ci stanno proprio pensando!

Conservazione dei beni culturali e memoria.

Sono stato invitato ad un convegno sui beni culturali come risorsa per lo sviluppo, promosso dall’Italia dei Valori e tenutosi presso una delle sale del Senato della Repubblica in piazza Capranica 72. Alcune riflessioni a caldo. Cosa significa patrimonio culturale? Diciamo la verità ascoltando la parte politica mi sono reso conto che c’è molto da fare nel dare significato a beni culturali, non perché questi politici siano ignoranti, anzi è loro il merito di portare avanti questa discussione. Allora cosa è che non va? Non va il fatto che si pensi solo a 2 cose: conservazione dei beni (fatto ovviamente scontato) e all’economia che muove o che potrebbe muovere. Si dimentica sempre un terzo fatto, che in realtà è il primo, ovvero il mantenimento della memoria e dei contesti entro i quali si situano i beni culturali. Cosa è un museo se non è la memoria viva della storia di un popolo, di un territorio? E come si può creare un interesse nella popolazione se da anni non si cultiva più l’identità culturale italiana. Il che significa l’orgoglio di essere gli eredi di una storia straordinaria, invidiata in tante parti del mondo. Basta leggere le pagine di un recente libro del prof. Maurizio Bettini “A che servono i Greci e i Romani” edito da Einaudi, per rendersi conto di quanto poco si faccia e di quanto poca consapevolezza collettiva abbiamo sulla nostra storia. Infatti, cosa è l’archeologia senza la storia e come si può amarla se non si conosce il mondo greco e romano. Ecco la chiave di lettura che ancora manca: la memoria, intesa come patrimonio immateriale di un popolo, è la prima cosa che occorre conservare. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali dovrebbe occuparsi di più delle persone oltre che delle cose. Sul territorio italiano sono le associazioni culturali che praticano la memoria delle tradizioni, molto più della Scuola o delle Università, e con una capillarità straordinaria, capaci di coinvolgere persone anche nei luoghi più sperduti d’Italia. La vera tutela dovrebbe essere rivolta alle associazioni culturali e a tutto il terzo settore, sostendolo anche economicamente e ospitandolo all’interno dei suoi edifici. Allora si che la memoria non puzzerà di accademia esclusiva ed escludente e i cittadini potranno riscosprire che la ricchezza si trova nell’identità culturale di un popolo.

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