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Apprendimento continuo

Questa categoria contiene 12 articoli

UPTER: una scommessa lunga 30 anni!

Impressiona il trascorrere veloce del tempo. L’Upter è andata avanti negli anni, con i suoi successi e le sue difficoltà ed, eccoci, è arrivata ai 30 anni di attività. Ricordo bene, quando io, trentenne, venni invitato dal mio amico e primario geriatra Quinzio Granata, ad incontrare un’anziana signora, Bianca Maria Marcialis. Quinzio allora era molto attivo nella promozione della salute degli anziani, mentre Bianca Maria lo era in quella delle conquiste sociali. Ci incontrammo e, candidamente, Bianca Maria ci disse che era andata in pensione da poco e che per qualificare il suo abbondante tempo libero si era iscritta alla Facoltà di psicologia dell’Università La Sapienza. Ne era rimasta delusa. Non era quello che cercava. Allora era andata all’Università della Terza Età, animata allora da un altro geriatra, Vittorio Lumia, e trovandovi quasi solo ricche signore “benpensanti”, capì che non era un posto adatto a lei. Così, ci disse: “Vorrei fondare una nuova Università, diversa da altre già esistenti”. Ci convinse. Da quell’incontro, felice, nacque l’Università popolare della terza età di Roma. Era il 1987. Non pensammo subito all’acronimo che conoscete ora, UPTER, che arrivò qualche mese più tardi, quando proprio io mi incaricai di disegnare un logo. Abitavo allora vicino al negozio Vertecchi in zona Flaminio e comprai dei trasferelli (quelli che usavano gli architetti) e casualmente trovai la serie delle foglie di alberello. Nacque così il primo logo (subito immaginato dai soliti buontemponi come troppo somigliante alle foglie di marijuana!) e, per renderlo graficamente compatibile, scelsi le iniziali della nostra denominazione. Nacque così l’acronimo UPTER. Ora non è più un acronimo perché successivamente la denominazione dell’UPTER è cambiata in Università Popolare. Ora UPTER è un vero e proprio nome, entrato nella memoria delle persone, unico e inimitabile. Il ragionamento è semplice, Università popolare può essere chiunque ma UPTER solo noi. Devo molto a Bianca Maria Marcialis, con la quale mi ha unito una profonda amicizia fatta di affetto e stima culturale, senza quell’incontro non saremmo arrivati all’oggi, al compimento del trentesimo anniversario. Trentesimo che coincide con una statistica sconcertante e preoccupante messa a punto dall’Istat (riferita all’anno 2016), riassunta molto bene da un articolo di Mimmo Càndito apparso su La Stampa del 10 gennaio 2017: Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta, ma non capisce). L’articolo chiarisce meglio il significato del titolo e riporto la sua introduzione perché una sintesi non sarebbe così chiara: “E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali” anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non è analfabeta, e però sono “diversi”. Qual è questa loro diversità? Che sono incapaci di ricostruire ciò che hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. Sono incapaci!”. Sono i cosiddetti analfabeti funzionali! Da con confondere con quelli “strumentali” o “strutturali”, cioè quelli che non sanno nemmeno leggere e scrivere. Questi 30 anni dell’Upter non sappiamo se hanno influito a ridurre quel 70% di analfabeti funzionali, senza dubbio non avranno fatto male. Certo è che, se non ci fossero stati, per alcune migliaia di persone non ci sarebbe stata un’opportunità di riscatto, di apprendimento, di socialità. Però, siamo preoccupati. Le Istituzioni pubbliche (dal Governo ai Comuni) sono sorde ai nostri richiami. Le loro priorità sono altre. Eppure l’indagine dell’Istat avrebbe già dovuto attivarli. Così non è. Spero solo che non rientrino il quel 70% di analfabeti funzionali, cioè che sanno leggere ma non capiscono il significato di quanto letto!

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Conservazione dei beni culturali e memoria.

Sono stato invitato ad un convegno sui beni culturali come risorsa per lo sviluppo, promosso dall’Italia dei Valori e tenutosi presso una delle sale del Senato della Repubblica in piazza Capranica 72. Alcune riflessioni a caldo. Cosa significa patrimonio culturale? Diciamo la verità ascoltando la parte politica mi sono reso conto che c’è molto da fare nel dare significato a beni culturali, non perché questi politici siano ignoranti, anzi è loro il merito di portare avanti questa discussione. Allora cosa è che non va? Non va il fatto che si pensi solo a 2 cose: conservazione dei beni (fatto ovviamente scontato) e all’economia che muove o che potrebbe muovere. Si dimentica sempre un terzo fatto, che in realtà è il primo, ovvero il mantenimento della memoria e dei contesti entro i quali si situano i beni culturali. Cosa è un museo se non è la memoria viva della storia di un popolo, di un territorio? E come si può creare un interesse nella popolazione se da anni non si cultiva più l’identità culturale italiana. Il che significa l’orgoglio di essere gli eredi di una storia straordinaria, invidiata in tante parti del mondo. Basta leggere le pagine di un recente libro del prof. Maurizio Bettini “A che servono i Greci e i Romani” edito da Einaudi, per rendersi conto di quanto poco si faccia e di quanto poca consapevolezza collettiva abbiamo sulla nostra storia. Infatti, cosa è l’archeologia senza la storia e come si può amarla se non si conosce il mondo greco e romano. Ecco la chiave di lettura che ancora manca: la memoria, intesa come patrimonio immateriale di un popolo, è la prima cosa che occorre conservare. Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali dovrebbe occuparsi di più delle persone oltre che delle cose. Sul territorio italiano sono le associazioni culturali che praticano la memoria delle tradizioni, molto più della Scuola o delle Università, e con una capillarità straordinaria, capaci di coinvolgere persone anche nei luoghi più sperduti d’Italia. La vera tutela dovrebbe essere rivolta alle associazioni culturali e a tutto il terzo settore, sostendolo anche economicamente e ospitandolo all’interno dei suoi edifici. Allora si che la memoria non puzzerà di accademia esclusiva ed escludente e i cittadini potranno riscosprire che la ricchezza si trova nell’identità culturale di un popolo.

Cultura per arricchire la personalità

Sempre più con il passare degli anni mi accorgo di quanto sia attuale il pensiero di Antonio Gramsci.  Morto 80 anni fa è passato il tempo di considerare Gramsci solo come capo di partito e fondatore de l’Unità. E’ tempo di considerarlo come un lucido e curioso osservatore di ogni espressione culturale dell’uomo del suo tempo. Il suo pensiero sempre coerente e prospettico, anticipatore, è stato considerato spesso come eretico e inusuale per la ricchezza delle analisi di cui fu capace e soprattutto per lo spaziare dei temi, frutto della sua curiosità ed intelligenza. Gli studi su Gramsci sono veramente tanti e non solo in Italia, che ha nella Fondazione Gramsci diretta da Giuseppe Vacca la custode e il centro di diffusione del suo pensiero, ma negli USA, che dedica molte cattedre universitarie al suo fecondo pensiero.

Gramsci nell’era della non Wikipedia già si poneva la questione del sapere e scriveva: “Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. (Socialismo e cultura, ne Il Grido del popolo, 29 gennaio 1916).

E continua sempre nello stesso articolo: “Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di piú di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce”.
Perché “La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.”

 C’è da rimanere attoniti nel leggere queste cose. Nel 1916, Gramsci aveva solo 25 anni (nato il 22 gennaio 1891 e morto il 27 aprile 1937) e come sappiamo non si era laureato e non era un mai diventato un giornalista professionista, anche se ha scritto più lui che 100 giornalisti attuali messi assieme.

Ed è pensando a lui che proponiamo anche quest’anno un ricco programma di corsi e di attività denominata “Università d’estate” sperando di non essere organici a quella classe sociale che domina e asserve un po’ tutti e soprattutto di non essere assimilati alle iniziative dell’Università popolare di Torino di inizio secolo XX alla quale dedica proprio in quegli anni un articolo critico. La nostra ambizione è di dare opportunità vere, di suscitare sempre più curiosità e soprattutto di rinforzare il ruolo della cultura nella crescita personale.

Buona estate a tutti.

Pubblicato come editoriale dell’Università d’estate dell’Upter 2017.

Nuovo anno

Il 2017 sarà un anno migliore del precedente? In realtà, parliamoci chiaro, la separazione degli anni è molto comoda ed è una consuetudine dei bilanci. Tuttavia dal 31 dicembre al 1 gennaio non cambia assolutamente niente. I debiti restano debiti e nessuno ricomincia daccapo, ovvero nessuno può far finta che il passato non influisca sul futuro. In effetti, il nostro lavoro continuerà come prima con l’aggiunta della zavorra delll’anno precedente. Bene disse Antonio Gramsci nel 1916′ in un suo splendido articolo della rubrica Sotto la mole dell’Avanti! Odio il capodanno.

La Regione Lazio e la cultura: una petizione su Change

A fronte di una stima positiva per la cultura la Regione Lazio non ha più finanziato la Legge Regionale n. 53 del 1993 che ha assicurato fino a 3 anni fa un sostegno alle Università della Terza Età. Da un certo momento in poi .- diciamolo pure – la Giunta Polverini decide di non finanziarla più. Abbiamo provato a farla ragionare ma ci dissero che non c’erano i soldi. Poi abbiamo letto e visto sui giornali perché non c’erano!

Ora accade che la Giunta Zingaretti, che tanto sta facendo per riportare in ordine le azioni e i conti della Regione Lazio, conferma il non finanziamento. Siamo veramente stupiti, perché è vero che i soldi sono sempre meno ma leggiamo dai giornali e dai comunicati della Regione le tante iniziative finanziate,

Noi crediamo che la funzione delle Università della Terza Età sia di primaria importanza per la convivenza civile e democratica ed è stato un grave errore non averlo tenuto da conto. Ho così deciso di lanciare su Changes una petizione, che riporto integralmente.

Care amiche ed amici,

Ho lanciato la petizione “Al Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: Rifinanziare la Legge 53/93 della Regione Lazio “Università della Terza Età”” e ho bisogno del tuo aiuto per diffonderla.

Puoi prenderti 30 secondi per firmare? Ecco il link:

http://www.change.org/it/petizioni/al-presidente-della-regione-lazio-nicola-zingaretti-rifinanziare-la-legge-53-93-della-regione-lazio-università-della-terza-età

Ecco perché è importante:

Grazie a questa legge nella Regione Lazio sono state costituite oltre 30 Università della Terza Età che realizzano corsi di formazione permanente agli adulti e agli anziani, dando opportunità formative a tutti e a basso costo.

Grazie a questa Legge la Regione Lazio ha raggiunto una percentuale di partecipanti all’apprendimento permanente (lifelong learning) pari all’8% della popolazione dai 25 ai 64 anni.

Grazie a questa legge si mantengono numerosi posti di lavoro!

Grazie a questa legge si sono radicate sul proprio territorio realtà quali l’Upter di Roma, l’Upe Antonio Martinoia di Monterotondo, l’Upte di Viterbo, la Libera Università Igino Giordani di Tivoli, l’Uptel di Latina, ecc. con una partecipazione popolare di oltre 50.000 partecipanti per anno.

Aveva cominciato la Polverini con il non finanziamento e sorprendentemente sta continuando la Giunta Zingaretti.

Siamo sorpresi e addolorati per questa disattenzione e per questa sottovalutazione di un fenomeno culurale che ha dei risvolti sociali non indifferenti.

La crisi non giustifica il non finanziamento, è un alibi che non possiamo accettare.

Puoi firmare la mia petizione cliccando qui.

Grazie!
Francesco Florenzano

Note sulle Linee guida per una Riforma del Terzo Settore. Consultazione pubblica.

Upter Università Popolare di Roma, impresa sociale
Maratona di Roma, ASD
Explora Museo dei Bambini, Cooperativa sociale
Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia, Associazione culturale
Primavera ciclistica, ASD
 
1. Il terzo settore che è primo a Roma per eccellenza.

Ognuna delle organizzazioni firmatarie di queste note è stata capace di realizzare nel corso degli anni, delle realtà imprenditoriali che hanno segnato il proprio ambito di attività. Primavera ciclistica, organizza da 69 anni il Gran premio ciclistico della Liberazione; la Maratona di Roma da 21 anni assicura un ruolo mondiale a Roma con oltre 150.000 partecipanti per volta; Explora il Museo dei Bambini di Roma, primo museo privato e non profit, accoglie oltre 150.000 visitatori anno; la Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia è da 40 anni punto di riferimento per oltre 100.000 allievi; l’Upter dal 1987 è la rappresentazione concreta dell’apprendimento permanente con oltre 400.000 iscritti in 26 anni. Tutte assieme svolgono una funzione sociale ed educativa e considerati i numeri una funzione pubblica. Sono l’esempio concreto di quanto descritto dalle linee guida per una Riforma del Terzo Settore, in quanto sono trasparenti, democratiche, gestiscono beni comuni e promuovono valori civili e cittadinanza.

 

 

2. Procedure di sussidiarietà orizzontale e art. 118 della Costituzione Italiana.

 

Lo Stato, le Regioni e i Comuni possono promuovere, sostenere e valorizzare le risorse territoriali che costituiscono il capitale sociale della comunità locale, attivando, nelle forme previste dalla legge, rapporti di collaborazione con le formazioni sociali attive del territorio che, in assenza di scopo di lucro, esercitano una pubblica funzione, in applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale previsto dall’art. 118 della Costituzione.

Nelle procedure previste tramite gli accordi di sussidiarietà non si definisce soltanto un corrispettivo economico a fronte di un servizio erogato, quanto piuttosto una compensazione finanziaria pubblica necessaria al perseguimento della missione svolta, che non potrebbe essere realizzata compatibilmente con le finalità sociali attraverso i soli meccanismi del mercato.  La sussidiarietà orizzontale non riguarda quindi i rapporti di tipo commerciale o imprenditoriale ma i rapporti tra le Istituzioni Pubbliche e le formazioni sociali, che intendano condividere le responsabilità pubbliche relative al “bene comune”.

In questo caso il rapporto tra Ente pubblico e privato senza scopo di lucro si configura come rapporto di diritto pubblico, che ha per oggetto l’esercizio di pubbliche funzioni e lo strumento giuridico adottato è quello dell’accordo procedimentale (ai sensi dell’art. 11 della legge n. 241/90) che permette al privato di aderire alle pubbliche responsabilità che caratterizzano le funzioni pubbliche.

Ad esempio, la ricaduta di questi accordi sugli Enti non profit è anche di tipo economico, vale a dire agevolazioni sulle imposte e sui tributi oppure sulla gestione di edifici pubblici.

 

 

3. Il diritto di cittadinanza e il rispetto delle regole.

Fatto Un punto chiave dello sviluppo di queste imprese è rappresentato dalla visione che hanno, ognuna nel proprio campo, capace di realizzare un’attività diffusa sul territorio, in grado di esercitare un vero diritto di cittadinanza, per cui riteniamo che occorre essere chiari sulle regole da seguire.

 

I punti critici sono:

  1. Forme di democrazia delle associazioni: garantire tutti, compresi i fondatori. Risolvere in modo chiaro, e per tutti, la rappresentanza degli associati, con nuove forme di partecipazione, necessarie specialmente quando si tratta di associazioni di primo livello con decine di migliaia d’iscritti.
  2. Combattere le finte associazioni. Impedire che singoli possano costituire associazioni con il solo fine di incassare quote e contributi ignorando gli obblighi di legge.
  3. Introdurre nelle associazioni imprese sociali forme di low profit, ovvero di remunerazione per chi, in qualità di associato, investa fondi per potenziarne il ruolo e lanciarne lo sviluppo.

 

 

4. Dare stabilità e futuro alle persone.

I nostri organismi creano varie forme di lavoro retribuito, dal lavoratore dipendente a quello occasionale. La legislazione del lavoro attuale crea spesso conflittualità tra Ente e lavoratore, con un aumento del contenzioso e delle spese legali, per cui occorre che presto si chiariscano alcune posizioni introducendo una forma di contratto nazionale, declinato a livello locale, più adatto alle forme associative e precisamente si affrontino almeno i seguenti temi:

  1. Stabilire i limiti delle collaborazioni, sia nella forma sia nella loro durata. Stabilire in maniera chiara cosa si fa in qualità di lavoratore dipendente e cosa da collaboratore. Allo stato attuale si verifica che collaboratori (specialmente insegnanti e istruttori) rivendicano dopo anni di collaborazione forme di rapporto subordinato, quando è chiaro che questi non lo è mai stato!
  2. Nel rispetto degli Enti non profit i collaboratori, ad esempio insegnanti o istruttori devono impegnarsi a non esercitare forme di concorrenza sleale.
  3. Istituire un Fondo pensionistico appropriato per tutti coloro che operano nel Terzo settore (dipendenti, collaboratori, membri di direttivi, volontari, ecc.) al fine di garantire loro un futuro dignitoso.

 

  1. Sostegno finanziario concreto e garanzie.

Il sostegno agli Enti di terzo settore deve diventare una peculiarità e un obbligo proprio per la sua natura giuridica e sociale. Attualmente le forme di credito e di sostegno sono dettate da regole adatta alle società di capitali, aggravate da continue vessazioni (leggasi fidejussioni e garanzie che i soci devono sottoscrivere). Occorre ribaltare il concetto: non è il capitale o il patrimonio economico a stabilire la garanzia ma il Capitale umano fatto dai dirigenti, dai dipendenti e dagli associati. Ovvero l’accesso al credito e il sostegno economico deve essere rapportato alla quantità di lavoratori e delle persone attive, in essere nell’Ente. Riconosciuta la funzione pubblica dell’Ente il sostegno economico dovrà essere rapportato alla quantità di lavoratori occupati oltre che ai servizi esercitati.

Infine, occorre semplificare e realizzare una normativa sulle concessioni di immobili di proprietà demaniali o comunali per offrire la possibilità a tutte le realtà “non profit” esistenti e future, di poter crescere e sviluppare il proprio “futuro” con la riqualifica e la ristrutturazione di aree in degrado  “rammendando con qualità e creatività” come suggerito dall’architetto Renzo Piano.

 

  1. Funzioni dell’Autority.

Riteniamo che l’istituzione dell’Autority del Terzo settore sia necessaria soprattutto per vigilare sulle effettive funzioni degli Enti non profit, sull’applicazione e sul rispetto delle regole onde impedire elusioni fiscali. Inoltre l’Autority dovrà vigilare sulle forme di lavoro all’interno degli Enti non profit al fine di impedire abusi da parte dell’Ente oppure  pretese anacronistiche da parte dei collaboratori.

È auspicabile, e grazie all’istituzione di l’Authority sarà possibile, un elenco delle onlus, imprese sociali, coop sociali, associazioni in generale come avviene per il 501(c) in USA il cui elenco è consultabile on line sul portale dell’IRS International Revenue Service (la nostra Agenzia delle Entrate offre la consultazione per gli enti che hanno richiesto il 5×1000). Questa “label, 501 (c) è importantissima e le aziende che in USA donano potendo dedurre fiscalmente le proprie donazioni pongono ovviamente molta attenzione a questo aspetto. Ad esempio la maggior parte dei Children Museums posseggono la 501(c) 3 per fini educativi e scientifici.

Comunità che apprende

Sistema di Educazione permanente di Roma Capitale 

  1. Premessa.

Nel mondo, e in particolar modo in Europa, il lifelong learning – l’apprendimento permanente – è un importante indicatore economico. L’Italia nel 2012 con il 6,6 % di persone dai 25 ai 64 anni che hanno effettuato corsi (media europea del 9%) si situa al 22° posto su 33 paesi dell’area. Un risultato deludente (nel 2011 era al 21°), che ci obbliga a reagire sensibilizzando e chiarendo il ruolo dell’educazione permanente. Dobbiamo far capire che l’apprendimento permanente combatte il degrado, la disgregazione sociale e il nuovo analfabetismo, ora come non mai, nonostante le enormi disponibilità offerte da internet e dai nuovi strumenti tecnologici. Chiarendo il suo ruolo perché l’apprendimento permanente non è un qualsiasi atto formativo, è l’atto formativo della persona, per tutto il corso della vita, lo strumento per dare a tutti socialità e democrazia, partecipazione e cittadinanza. Da questa premessa partiamo per illustrare un progetto che può fare di Roma la Capitale dell’educazione permanente.

 

1. L’Upter: non si finisce mai di imparare.

Il progetto dell’Upter, a partire dalla sua fondazione (1987) è il coinvolgimento di una gran parte della popolazione in un processo di apprendimento continuo, che non tenesse conto del fattore età (essere giovani o anziani non è importante: l’importante è la motivazione e la visione di un futuro migliore). In questo modo si è operato un imponente decentramento culturale per arrivare dove vive la gente e mettendola in condizione di frequentare avviarla ad un percorso di apprendimento utile alla sua crescita personale e a quello della comunità. Imparare non è solo il percorso di un titolo di studio ma è il processo continuo di coinvolgimento culturale, ricco di nuove informazioni e conoscenze, capace di soddisfare le curiosità come le necessarie nozioni da avere per essere competitivi e adeguati alle trasformazioni del mondo del lavoro. Solo una realtà come l’Upter, radicata nel territorio e con una immagine di funzione pubblica può riuscire in un coinvolgimento collettivo. Ecco perché è ipotizzabile enunciare un concetto chiave dell’apprendimento continuo, quello della comunità che apprende.

Alla luce dei risultati (oltre 400.000 persone coinvolte in 26 anni di attività) si rende necessario ripensare ad una nuova forma organizzativa con il coinvolgimento diretto del Comune di Roma. La popolazione di riferimento per l’educazione permanente è complessivamente di 204.763 persone. Di queste il 71,16% in età lavorativa e il 28,84% in età pensionabile. Per questa presentazione abbiamo calcolato una frequenza-obiettivo del 10% (il target Europeo è del 15% per il 2015). Allo stato attuale la parcellizzazione dell’offerta, (migliaia di associazioni operanti in tutti quartieri, singole persone che si improvvisano formatori, agenzie formative pubbliche e private di formazione professionale, università popolare e agenzia di formazione continua per lavoratori delle imprese) rende difficile un censimento dei frequentanti. Tuttavia seguendo le rilevazioni periodiche dell’Istat è possibile ipotizzare una frequenza di almeno 100.000 persone pari al 5% della popolazione di riferimento. Misera cosa rispetto altre capitali europee! Di queste l’Upter intercetta mediamente il 25% per anno ovvero 25.000 persone che frequentano i suoi corsi e seminari.

 

Distribuzione della popolazione 2013 – RomaClassi di età fino a 24 anni, da 25 a 64 e da 65 e più. Dati Istat 2013
               
Età Celibi Coniugati Vedovi Divorziati Maschi Femmine Totale
/Nubili /e /e /e N % N % N %
fino 24 588.353 2.837 6 20 304.980 51,59 286.236 48,41 591.216 22,40
25-64 511.849 854.160 26.223 64.791 695.040 47,70 761.983 52,30 1.457.023 55,21
65 + 57.436 343.041 169.007 21.119 241.850 40,95 348.753 59,05 590.603 22,38
Totale 1.157.638 1.200.038 195.236 85.930 1.241.870 47,10% 1.396.972 52,90% 2.638.842
Partecipanti Formazione permanente. Obiettivo 10% popolazione.
Età Maschi Femmine Totale
N % N % N %
25-64 69.504 47,70 76.198 52,30 145.702 71,16
65 e più 24.185 40,95 34.875 59,05 59.060 28,84
Totale 93.689 47,10% 111.074 52,90% 204.763  
  1. Progetto di una “Università popolare” di Roma capitale

Il modello di progetto si ispira alle Volkhochschulen tedesche (oltre 1.000 sedi centrali e circa 4.000 sedi locali con una partecipazione di oltre 6 milioni di persone. Berlino ha 12 Università popolari, una per Quartiere. Sono note in Germania con la sigla VHS (www.whs.de).

 

2.1. Procedure di sussidiarietà orizzontale.

Il progetto è una razionalizzazione nonché un esempio di sussidiarietà orizzontale. A tale scopo rammentiamo che i Comuni possono promuovere, sostenere e valorizzare le risorse territoriali che costituiscono il capitale sociale della comunità locale, attivando, nelle forme previste dalla legge, rapporti di collaborazione con le formazione sociali attive del territorio che, in assenza di scopo di lucro, esercita una pubblica funzione, in applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale previsto dall’art. 118 della Costituzione.

Nelle procedure previste tramite gli accordi di sussidiarietà non si definisce un corrispettivo economico a fronte di un servizio erogato, quanto piuttosto una compensazione finanziaria pubblica necessaria al perseguimento della missione svolta, che non potrebbe essere realizzata compatibilmente con le finalità sociali attraverso i soli meccanismi del mercato. La sussidiarietà orizzontale non riguarda quindi i rapporti di tipo commerciale od imprenditoriale ma i rapporti tra le Istituzioni Pubbliche e le formazioni sociali, che intendano condividere le responsabilità pubbliche relative al “bene comune”. In questo caso il rapporto tra Ente pubblico e privato senza scopo di lucro si configura come rapporto di diritto pubblico, che ha per oggetto l’esercizio di pubbliche funzioni e lo strumento giuridico adottato è quello dell’accordo procedimentale (ai sensi dell’art. 11 della legge n. 241/90) che permette al privato di aderire alle pubbliche responsabilità che caratterizzano le funzioni pubbliche. Secondo questo modello proponiamo una cabina di regia che possa agire sotto un unico marchio (quello della Fondazione di Comunità) garante Roma Capitale.

 

2.2.  Organizzazione e aggregazione di funzioni pubbliche: verso il Sistema di Educazione Permanente di Roma Capitale.

 Costituzione di una Fondazione di Comunità partendo dall’esistente:

  1. Upter e le sue 52 sedi;
  2. Scuole serali del Comune;
  3. Centri Culturali e Biblioteche del Comune di Roma;
  4. Centri comunali di formazione professionale.

 

  • Organizzazione
  1. Sede Centrale, Direzione generale, ufficio di coordinamento delle 15 sedi municipali.
  2. 15 sedi municipali centrali da istituire sulla base di edifici, in prevalenza ex scolastici, da riconvertire sul territorio. (Queste sedi saranno affiancate dalle strutture esistenti quali Biblioteche, centri culturali, Centri di formazione professionale, ecc.).
  3. Ogni sede municipale potrà avere sedi con vocazione tematica (giardinaggio, informatica, pittura, ecc.)
  4. Alle sedi Municipali faranno riferimento i tutte le strutture presenti sul territorio municipale, tanto da ottenere un Sistema integrato di educazione permanente.

 

2.3.                  Forma giuridica: Fondazione di Comunità

La forma giuridica del Sistema di Educazione Permanente di Roma Capitale potrebbe essere una Fondazione di Comunità. Secondo questo progetto è quella che meglio risponde alle strutture che andranno a costituirla.

“La Fondazione di comunità è un ente non profit, che mette insieme soggetti rappresentativi di una comunità locale (privati cittadini, istituzioni, associazioni, operatori economici e sociali) con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita della comunità stessa, attivando energie e risorse e promuovendo la cultura della solidarietà, del dono, e della responsabilità sociale. La principale peculiarità di questo tipo di fondazione è la possibilità per una collettività di investire nel proprio sviluppo e nelle sue qualità, attivando risorse proprie per realizzare progetti ed interventi per il territorio. La Fondazione di Comunità, grazie alla capacità di attrarre risorse, sotto forma di donazioni e altre liberalità, valorizzarle attraverso un’attenta gestione patrimoniale e di investirle in progetti locali di carattere sociale, rappresenta un importante strumento di sussidiarietà.

Le principali caratteristiche della Fondazione di Comunità sono:

  • essere un ente di diritto privato dotata di un patrimonio;
  • essere rappresentativa dell’intera comunità;
  • essere autonoma e indipendente;
  • operare per il bene comune.”

 

2.4. Finanziatori e donatori

La Fondazione di Comunità tramite il suo forte radicamento sul territorio ha un enorme potenziale di donazione. I donatori possono essere Fondazioni erogative, imprese, istituzioni pubbliche. Tuttavia una fonte di finanziamento cospicuo verrà direttamente dai frequentatori ai corsi, sia tramite le quote associative sia con i contributi specifici ai corsi oltre che attraverso erogazioni liberali e lasciti. Da non trascurare il gettito del 5 per mille.

 

2.5. Forza lavoro

L’organizzazione delle strutture, la promozione e la realizzazione delle attività formative costituiscono una fonte di lavoro per migliaia di persone.

 

Proposta depositata all’Assemblea Capitolina del Comune di Roma Capitale a seguito del Consiglio straordinario del 18 marzo 2014, dedicato alle “Misure per il contenimento della spesa di Roma Capitale”, al quale ho partecipato in qualità di presidente dell’Upter.

 

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