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Questa categoria contiene 9 articoli

Ritorno all’infanzia. Gli affetti e la fragilità degli anziani e dei bambini.

Anziani, famiglie e malattia di Alzheimer.

Ci si accorge dei cambiamenti demografici passeggiando. Provate ad andare in giro in una città qualsiasi d’Italia (ma potremmo estendere il giro in tutte le città di Europa) e vi accorgerete subito che le persone che si incontrano sono perlopiù anziane. Mostre, musei, pinacoteche, che sarebbero senza le persone anziane? Sicuramente sarebbero più deserte. Si vedono file davanti alle scuderie del Quirinale a Roma, fatte tutte di anziane (donne) che parlottano, che attendono la guida che le illustrerà le opere esposte. Una risorsa di cultura e di memoria ma anche una risorsa economica oltre che di socializzazione. Se non ci fosse la vecchiaia non ci sarebbe anche il tempo libero e dato che le donne sono in prevalenza non ci meraviglieremo di incontrarle arzille e vive come non mai. Stiamo parlando di oltre il 20% di persone con 65 anni e più su un totale di 60 milioni di abitanti e più precisamente di 15 milioni e 528 mila persone definite anziane. Le femmine, come dicevamo, vivono più a lungo dei maschi, infatti, di questa età sono circa 1 milione 870 mila in più! Cosa che non è per la prima età, infatti fino ai 19 anni i maschi sono più delle femmine (5 milioni e 706 mila contro 5 milioni e 365 mila). Quella che una volta si definiva la piramide delle età, ha assunto una differente fisonomia dove il grosso della popolazione si trova nell’età di mezzo, mentre agli estremi troviamo i bambini e gli anziani. Se prendete un grafico di popolazione di un qualsiasi Paese africano, la piramide resta piramide, ovvero i bambini e i giovani costituiscono la base mentre gli anziani la punta. Questo significa che l’Italia (come l’Europa), a differenza di altri Paesi (quali quelli dell’Africa in primo luogo), è un Paese di vecchi senza che sia diventato un paese per vecchi. Sosteniamo che non sia un paese per vecchi perché nonostante la longevità non si fa altro che “criminalizzare” gli anziani sostenendo che sono il vero problema per l’economia e per la sanità. I costi delle pensioni sono proibitivi, sostenuti in questi anni anche con il concorso degli immigrati che versano i contributi pensionistici. Ci sono incertezze per il futuro, pensioni sempre più basse (visto che a poco a poco tutti andranno in pensione con il sistema contributivo) e cure sanitarie sempre più complicate, visto il grande numero di anziani che si ammalano. Tra questi le malattie che stanno conquistando uno spazio preoccupante sono quelle legate alla malattia di Alzheimer (e alle demenze in generale).

 

Età Maschi Femmine M+F %  Maschi % Femmine % M+F
fino a 4  1.285.640  1.215.815  2.501.455  4,41  3,94  4,17
Da 5 a 9  1.453.249  1.371.096  2.824.345  4,99  4,44  4,71
Da 10-14  1.471.182  1.385.602  2.856.784  5,05  4,49  4,76
Da 15 a 19  1.496.090  1.392.714  2.888.804  5,13  4,51  4,81
Da 20 a 24  1.556.761  1.449.788  3.006.549  5,34  4,70  5,01
Da 25 a 29  1.654.258  1.595.508  3.249.766  5,68  5,17  5,42
Da 30 a 34  1.742.861  1.720.077  3.462.938  5,98  5,57  5,77
Da 35 a 39  1.969.070  1.961.654  3.930.724  6,76  6,36  6,55
Da 40 a 44  2.335.028  2.349.678  4.684.706  8,01  7,61  7,81
Da 45 a 49  2.425.228  2.475.800  4.901.028  8,32  8,02  8,17
Da 50 a54  2.386.722  2.463.229  4.849.951  8,19  7,98  8,08
Da 55 a 59  2.038.234  2.160.811  4.199.045  6,99  7,00  7,00
da 60 a 64  1.782.536  1.922.264  3.704.800  6,12  6,23  6,17
Da 65 a 69  1.725.034  1.893.803  3.618.837  5,92  6,14  6,03
Da 70 a 74  1.384.021  1.593.558  2.977.579  4,75  5,16  4,96
Da 75 a 79  1.240.926  1.558.554  2.799.480  4,26  5,05  4,67
Da 80 a 84  840.924  1.230.064  2.070.988  2,89  3,99  3,45
Da 85 a 89  467.008  871.494  1.338.502  1,60  2,82  2,23
Da 90 a 94  160.306  417.703  578.009  0,55  1,35  0,96
Da 95 a 99  27.752  99.773  127.525  0,10  0,32  0,21
100 e più  2.911  14.719  17.630  0,01  0,05  0,03

Tabella 1. Sesso e fasce di età in Italia. Anno 2016. Fonte: Istat 2017.

 

La malattia dei parenti.

La malattia della vecchiaia più temuta è la malattia di Alzheimer. In Italia ci sono circa 600 mila malati di Alzheimer (il 4,4% dei 65enni e più). Secondo i dati del Censis sono soprattutto i figli e i badanti ad assistere queste persone.[1] Il coniuge sano diventa a sua volta il caregiver di quello malato, così come le figlie femmine si occupano del genitore malato. Si tratta di una realtà ben conosciuta da milioni di persone, le vere “vittime” della malattia di Alzheimer sono proprio loro, cioè i parenti stretti che sono chiamati ad accudire il malato per molti anni, perché la malattia di Alzheimer è lenta convivendo in un corpo che resiste agli anni. Nel 2010 esce “Una sconfinata giovinezza” che non darà soddisfazione al regista, il maestro del cinema Pupi Avati. Egli ha dischiarato “Il pubblico evitava il Cinema dove si proiettava, molti pensavano che la malattia di Alzheimer fosse contagiosa e anzi il solo parlarne poteva causare la malattia. Eppure, i dati di allora e sopra riportati testimoniano che la malattia era ed è ben presente nelle famiglie italiane, interessando milioni di persone che vi ruotano intorno. Si può definire la malattia di Alzheimer come la malattia dei parenti, considerato che la cura, l’attenzione richiede uno sforzo immane, una pazienza infinita, una capacità di resistere allo stress invidiabile, una totale disponibilità di tempo che annulla quello necessario per sé stessi.[2] Alcuni anni fa alcuni gerontologi inglesi pubblicarono un libro dal titolo esplicativo “Una giornata di 36 ore”[3] che ci fa capire quanto in realtà questi malati sono in mano agli operatori e quanto in mano ai parenti.

La vecchiaia: il ritorno all’infanzia.

Ma la vecchiaia non è solo malattia, è anche benessere, utilizzo sociale del tempo libero, impegno sociale e culturale! Non a caso sono nate in Italia migliaia di associazioni di anziani, di Università della Terza Età, di ambulatori medici retti ed organizzati da medici in pensione, ecc. La vecchiaia è così un ritorno alle origini, si cominciano a fare le cose che si facevano da bambino come ritornare a scuola. Infatti, il lifelong learning, ovvero l’apprendimento permanente ha avuto grande successo begli ultimi 30 anni tra le persone anziane. E’ come se il cerchio della vita, il cerchio schiacciato come lo definisce Pupi Avati, si ricongiungesse e si completasse. La vecchiaia diventa un nuovo modo di affrontare il mondo ma anche il ritorno all’infanzia, alla “casa di origine”, da dove si è partiti. Si ritorna bambini non perché ci si rincretinisce (la malattia di Alzheimer è per l’appunto una malattia!) ma perché i ricordi ci riportano ad un mondo nel quale ci siamo formati, dove gli affetti hanno preso forma, dove abbiamo imparato a vivere e a riconoscere la famiglia, i ruoli, la madre, il padre. Ritornare all’infanzia significa ricongiungersi a quella parte della vita dove dovevamo essere protetti ed aiutati a crescere.

La vulnerabilità dei bambini e dei vecchi: la grande risorsa per rinsaldare gli affetti.

La vulnerabilità degli anziani equivale a quella dei bambini. Entrambi necessitano di protezione, entrambi vanno seguiti. Tuttavia, mentre quando si è bambini i genitori proteggono “naturalmente” i propri figli, dando loro cure e istruzione, quando si è anziani le cure non sono così scontate, in quanto i figli sono più propensi ad accudire i propri figli piuttosto che i genitori. Ma è proprio questa comunanza di vulnerabilità, di obiettiva fragilità, costituzione di queste due fasi della vita, a dover spingere “gli adulti” a impegnarsi per la cura delle persone, in quanto nel ciclo della vita poi capiterà pure a loro. La vulnerabilità dei bambini e degli anziani è un fatto e la base per i processi di amore, una prova di trasferimento di affetti da parte degli adulti. Questo “ritorno a casa” prende la memoria, proprio quella che si è costruita nell’infanzia (la famosa legge di Ribot del 1881 “quando si invecchia si ricordano meglio le cose dell’infanzia e meno quelle del momento”) e ne fa il punto comune, che chiude il cerchio ma soprattutto rende più umana l’esistenza. In questa ottica gli anziani diventano una risorsa non perché sono utili a qualche servizio ma perché inducono alla riflessione, alla tenerezza, all’esercizio degli affetti trascurati per troppo tempo, impegnati come sono gli adulti a realizzarsi nel lavoro.

Remo Bodei in “Generazioni”[4] ricorda che Norberto Bobbio ha riformulato la legge di Ribot sostenendo che “Il vecchio vive di ricordi e per i ricordi, ma la sua memoria di affievolisce di giorno in giorno. Il tempo della memoria procede all’inverso di quello reale: tanto più vivi i ricordi che affiorano nella reminiscenza quanto più lontani nel tempo gli eventi.” Si può dunque affermare che la memoria è il fondamento dell’incontro tra le generazioni ed è la fonte degli affetti recuperati. Memoria che non va ricordata solo come quantitativo di nozioni, di storie ancora accessibili al ricordo, ma come qualità delle esperienze fatte, declinate soprattutto attraverso le emozioni e gli affetti. Ecco perché non ci stancheremo mai di affermare che sono questi ultimi a rendere integro il rapporto con sé stessi e non il semplice allenamento mnemonico. Conferenze, lezioni, laboratori, vanno sempre bene ma senza socialità ed affetti potrebbero non dare quei risultati attesi pere il proprio benessere.

In conclusione, la fragilità che incontriamo negli anziani è dovuta ad un corpo che non risponde come un tempo, quella del bambino ad una mente che ancora non è matura. Mente e corpo, appassionatamente legati in senso inverso nel ciclo della vita personale, straordinariamente vivi grazie agli affetti che li alimentano.

 

NOTE

[1] Ad assistere i malati sono soprattutto figli e badanti. Pur essendo sempre i figli dei malati a prevalere tra i caregiver, in particolare per le pazienti femmine (in questo caso i figli sono il 64,2% dei caregiver), negli ultimi anni nell’assistenza al malato sono aumentati i partner (sono passati dal 25,2% del totale del 2006 al 37% del 2015), soprattutto se il malato è maschio. Questo dato spiega anche l’aumento della quota di malati che vivono in casa propria, in particolare se soli con il coniuge (sono il 34,3% nel 2015, erano il 22,9% del 2006) o soli con la badante (aumentati dal 12,7% al 17,7%). Nell’attività di cura del malato, i caregiver possono contare meno di un tempo sul supporto di altri familiari: nel 2015 vi fa affidamento il 48,6%, mentre nel 2006 era il 53,4%. La badante rimane una figura centrale dell’assistenza al malato di Alzheimer: ad essa fa ricorso complessivamente il 38% delle famiglie. La presenza di una badante ha un impatto significativo sulla disponibilità di tempo libero del caregiver. Se complessivamente il 47,8% dei caregiver segnala un aumento del tempo libero legato alla disponibilità di servizi e farmaci per l’Alzheimer, tra chi può contare sul supporto di una badante la percentuale cresce di oltre 20 punti percentuali (68,8%) e di circa 30 punti nel caso in cui il malato usufruisca della badante e di uno o più servizi (77,1%). RAPPORTO CENSIS 2016.

[2] PUPI AVATI: La grande invenzione. Un’autobiografia. Rizzoli, Milano 2013.

[3] NANCY L. MACE, PETER V. RABINS: Una giornata di 36 ore. Prendersi cura della persona con demenza. Erickson, Trento 2013.

[4] REMO BODEI: Generazioni. Età della vita, età delle cose. Laterza, Roma 2015.

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La curiosità non è sempre il gossip

Sul termine curiosità si è sempre frainteso. Mi spiego meglio. Ho sentito spesso dire “la curiosità è femmina” dando a senso alterno significato positivo o svalutativo verso le donne. Infatti, secondo il vocabolario Treccani:

curiosità s. f. [dal lat. curiosĭtas -atis]. – 1. a. L’essere curioso, sia per abitudine sia in determinate circostanze: è di una curiosità veramente indiscreta; […] è madre della sapienza; destare, muovere, sollecitare, stuzzicare la curiosità; mettere in curiosità qualcuno; soddisfare la curiosità di qualcuno; non capiva e non riusciva a … …

In pari tempo, si usa spesso come sinonimo di curiosità la parola gossip, che è invece una parola inglese che significa pettegolezzo, specialmente quando di interesse di vip, gente dello spettacolo, ecc.

Sappiamo però che alla domanda, fatta al premio Nobel, prof.ssa Rita Levi Montalcini, su cosa fosse l’intelligenza, ella rispose che era la il gruppo della curiosità. In effetti la ricerca, tutta e in ogni campo, risponde sempre ad una voglia di sapere di più o di sapere come funziona o cosa significa, per cui senza curiosità non ci sarebbe ricerca e dunque scoperte scientifiche.

E se ci fosse questa voglia di sapere, conoscere non si farebbe più nulla, rimarremmo immobili, come nel caso dei depressi, che vedono tutto nero e non vedono il futuro.

Ecco la curiosità è il futuro. Tuttavia va amministrata con parsimonia e si deve attenere ad alcune regole, specialmente quando si parla di persone, perché in quel caso potrebbe diventare gossip.

Purtroppo, dobbiamo constatare che la curiosità è diventata soprattutto gossip, pettegolezzo. Colpa della lotta politica, che invece di soffermarsi sui programmi dei partiti, ci racconta la vita dei leader, e soprattutto quella parte insignificante per il futuro collettivo. E da quando c’è internet e soprattutto i social, il gossip è diventato preponderante, fino a farne arma di ricatto con conseguenze a volte drammatiche.

Dovremmo, invece, ritornare alla definizione di Rita Levi Montalcini e far sì che la curiosità possa assurgere al ruolo di stimolo per il sapere, da motore della ricerca scientifica e culturale.

Persone, un programma di cultura e scienza.

Una trasmissione fatta di persone ma soprattutto di saperi. Ospiti, che di volta in volta parleranno, illustreranno le attuali conoscenze su un fenomeno, le scoperte scientifiche che ci cambiano la vita. Questa volta ne sono il conduttore nella speranza che lo sappia fare. Il programma andrà in onda su Rete Sole, una emittente che nel Lazio è sul canale 87 e in Umbria sul 13. Presto gli orari della trasmissione.

UPTER: una scommessa lunga 30 anni!

Impressiona il trascorrere veloce del tempo. L’Upter è andata avanti negli anni, con i suoi successi e le sue difficoltà ed, eccoci, è arrivata ai 30 anni di attività. Ricordo bene, quando io, trentenne, venni invitato dal mio amico e primario geriatra Quinzio Granata, ad incontrare un’anziana signora, Bianca Maria Marcialis. Quinzio allora era molto attivo nella promozione della salute degli anziani, mentre Bianca Maria lo era in quella delle conquiste sociali. Ci incontrammo e, candidamente, Bianca Maria ci disse che era andata in pensione da poco e che per qualificare il suo abbondante tempo libero si era iscritta alla Facoltà di psicologia dell’Università La Sapienza. Ne era rimasta delusa. Non era quello che cercava. Allora era andata all’Università della Terza Età, animata allora da un altro geriatra, Vittorio Lumia, e trovandovi quasi solo ricche signore “benpensanti”, capì che non era un posto adatto a lei. Così, ci disse: “Vorrei fondare una nuova Università, diversa da altre già esistenti”. Ci convinse. Da quell’incontro, felice, nacque l’Università popolare della terza età di Roma. Era il 1987. Non pensammo subito all’acronimo che conoscete ora, UPTER, che arrivò qualche mese più tardi, quando proprio io mi incaricai di disegnare un logo. Abitavo allora vicino al negozio Vertecchi in zona Flaminio e comprai dei trasferelli (quelli che usavano gli architetti) e casualmente trovai la serie delle foglie di alberello. Nacque così il primo logo (subito immaginato dai soliti buontemponi come troppo somigliante alle foglie di marijuana!) e, per renderlo graficamente compatibile, scelsi le iniziali della nostra denominazione. Nacque così l’acronimo UPTER. Ora non è più un acronimo perché successivamente la denominazione dell’UPTER è cambiata in Università Popolare. Ora UPTER è un vero e proprio nome, entrato nella memoria delle persone, unico e inimitabile. Il ragionamento è semplice, Università popolare può essere chiunque ma UPTER solo noi. Devo molto a Bianca Maria Marcialis, con la quale mi ha unito una profonda amicizia fatta di affetto e stima culturale, senza quell’incontro non saremmo arrivati all’oggi, al compimento del trentesimo anniversario. Trentesimo che coincide con una statistica sconcertante e preoccupante messa a punto dall’Istat (riferita all’anno 2016), riassunta molto bene da un articolo di Mimmo Càndito apparso su La Stampa del 10 gennaio 2017: Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta, ma non capisce). L’articolo chiarisce meglio il significato del titolo e riporto la sua introduzione perché una sintesi non sarebbe così chiara: “E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano “normali” anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non è analfabeta, e però sono “diversi”. Qual è questa loro diversità? Che sono incapaci di ricostruire ciò che hanno appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. Sono incapaci!”. Sono i cosiddetti analfabeti funzionali! Da con confondere con quelli “strumentali” o “strutturali”, cioè quelli che non sanno nemmeno leggere e scrivere. Questi 30 anni dell’Upter non sappiamo se hanno influito a ridurre quel 70% di analfabeti funzionali, senza dubbio non avranno fatto male. Certo è che, se non ci fossero stati, per alcune migliaia di persone non ci sarebbe stata un’opportunità di riscatto, di apprendimento, di socialità. Però, siamo preoccupati. Le Istituzioni pubbliche (dal Governo ai Comuni) sono sorde ai nostri richiami. Le loro priorità sono altre. Eppure l’indagine dell’Istat avrebbe già dovuto attivarli. Così non è. Spero solo che non rientrino il quel 70% di analfabeti funzionali, cioè che sanno leggere ma non capiscono il significato di quanto letto!

Civiltà e cultura a ramengo?

Chi non lo ha già fatto, lo faccia presto. Legga il saggio di Norbert Elias La civiltà delle buone maniere pubblicato da il Mulino. È da leggere non solo per le buone maniere (come stare a tavola, come mangiare, sputare, tossire, fare di peto, ECC.) e la loro origine (secondo Elias dalla civiltà di corte, a partire da quella di Luigi XIV, il Re Sole) ma soprattutto per la differenziazione del concetto di civiltà da quello di cultura. Elias ci dice che civiltà è cosa diversa a secondo del luogo dove la si consideri, e prende in esame il caso della Francia è quello della Germania. In quest’ultima la civiltà è seconda alla cultura, che è il vero mezzo per affermare la propria identità, per cui musica, teatro, letteratura, arti visive, ECC. rappresentano la vera evoluzione di un popolo. La Civiltà in Francia è stata intesa soprattutto come modalità di comportamento appropriato, elegante, non a caso definito cortese (tipico della corte). Dunque civiltà e cultura non sono la stessa cosa! E nel 2017 cosa sono?

Considerato quanto sta accadendo nel mondo la cilvilta è decaduta e ahimè è anche la cultura. Perché? La risposta è semplice: siamo nell’era della post verità, delle affermazioni diffuse ai quattro venti senza possibilità di verifica preventiva. Siamo nell’era dell’incultura e del cafonal, anzi entrambi stanno assumendo il ruolo di nuove maniere, certamente difficili da definire “buone”. Ciò che è preoccupante è la mancanza di civiltà giuridica (si accusa senza avere prove concrete ma solo teoremi non dimostrabili) o di quella giornalistica (diffondere una notizia non verificata solo perché sorprendente e sensazionale).
Quindi possiamo concludere questa breve riflessione che la civiltà, intesa come comportamento corretto, si trova in seria difficoltà in Italia come altrove. E la cultura? Questa resiste di più perché dietro c’è un retroterra di formazione, di sacrificio, di approfondimenti. Ma quando la formazione, il sacrificio, l’approfondimento, saranno superflui cosa accadrà? Accadrà che quel poco di civiltà che ci è rimasta andrà anch’essa a ramengo.

Il concorso di poesia come romanzo di formazione.

In un blog di giovani studenti “L’angolo lettura” al quale mi sono associato, si dà questa definizione del romanzo di formazione: 

“Il Romanzo di Formazione racconta la crescita e la maturazione di un personaggio o di un gruppo. In passato lo scopo del romanzo di formazione era quello di promuovere l’integrazione sociale del protagonista, mentre oggi è quello di raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, azioni viste nel loro nascere dall’interno. Può rientrare in diverse categorie: romanzo psicologico-intimistico, romanzo di ambiente e costume, romanzo didattico-pedagogico e ci possono essere diverse formule tra le quali quella del Romanzo Storico, del romanzo Autobiografico e di quello Epistolare.

Ho partecipato sabato 29 aprile 2017 alla premiazione del 23^ concorso di poesia organizzato dall’Università popolare di Spinea e dagli infaticabili Fernanda e Roberto Trevisan, segretaria e presidente della stessa Università. Oltre 500 partecipanti, un nutrito gruppo di premiati e segnalati dalla giuria, una sala gremita, composta da amici e familiari dei premiati, da dirigenti scolastici, professori e professoresse delle scuola locali, dal l’assessore alla cultura e dal sindaco di Spinea. Un “parterre” per nulla distratto dal chiacchiericcio tipico delle platee e delle compulsive manipolazioni del telefonino. Il sindaco ha indossato la fascia tricolore e salito sul palco per premiare i vincitori ha tenuto un discorso semplice semplice, ha detto cioè grazie a tutti, organizzatori e partecipanti, e nulla più, dando alla sua figura un senso della istituzione che non intralcia ma che favorisce e incoraggia e con un sorriso ha stretto la mano a tutti i partecipanti, piccoli e grandi. Una lezione di sobrietà istituzionale alla quale non eravamo abituati.

Torniamo però alla formazione. Assistere alla premiazione di un concorso di poesia può essere altamente formativo per i giovani e gli adulti che vi partecipano. Crea un’immagine diversa delle persone, si scopre una sensibilità diffusa in tante persone che raccontano emozioni e descrivono realtà esterne a sé stessi con dei versi. Fin qui nulla di nuovo, è ovvio chi è e si sente poeta ha una sensibilità superiore alla media! La realtà formativa sta nelle posture di felicità delle persone che, una volta salite sul palco per ricevere un premio fatto in genere da libri e di opere d’arte donate da artisti locali, si rivolgono al pubblico presente, senza parlare, ma con la soddisfazione di essere stati capiti ed apprezzati. E sta qui la realtà di formazione, quell’apprendimento positivo che segnerà le persone per tutta la vita. Essere stati capiti ed apprezzati dalla giuria e tramite il premio da un numero più grande di persone, tra le quali, nel caso dei ragazzi delle V elementari, le loro professoresse orgogliose di loro. Ho visto gli occhi luccicanti di gioia di bambine e bambini che hanno composto versi in gruppo, i quali si scambiavano occhiate complici e soddisfatte. Ecco cosa hanno imparato nel presente di una premiazione: si può essere felici, sentirsi pieni di gioia, in comunione con gli altri, facendo tesoro del lavoro che li ha portati al risultato. La premiazione non è un punto di arrivo bensì un punto di partenza. Sono certo che dal minuto successivo il premio i ragazzi ma anche gli adulti si sono sentiti più buoni, più tolleranti, più comprensivi, più disponibili. Questa è l’essenza del romanzo di formazione che in fondo è una storia di poche ore ma che peserà per tutta la vita.

 

La crisi dell’occidente è causata dal nostro “crollo culturale” – Il Foglio

Sorgente: La crisi dell’occidente è causata dal nostro “crollo culturale” – Il Foglio

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